venerdì 5 maggio 2017

"Musica del cazzo che ascolti solo te": Giorgio Poi LIVE

Buongiorno indiepatici,

a grande (?) richiesta, torno a scrivere di concerti per raccontarvi quello di Giorgio Poi a Genova, chitarrista jazz trapiantato a Londra al suo esordio con l'album Fa Niente (Bomba Dischi), grazie a cui ha calamitato una buona dose di curiosità, e ha fatto del look nerd una disaffezione alle regole dell'apparire. L'ho conosciuto qualche mese fa grazie alle cover di Asia Ghergo e al testo sgangherato e vitale di Tubature: quando ha reinterpretato il secondo singolo, Niente di strano, ero già cotta marcia. Grazie a questo live, sono riuscita ad appassionarmi al resto dell'album e mi sono riconciliata con la musica indipendente italiana. Niente male per una serata al porto antico!


Partiamo dal principio: la compagnia. Considerato lo scetticismo generale rispetto al personaggio e alla musica (per non dire che mi hanno sfottuta in coro), ho trascinato Luca con la scusa del regalo di compleanno. Immaginare il suo entusiasmo nel guidare fino a Genova per guardare un concerto di un tizio misconosciuto la sera di Real Madrid-Barcellona è un è piacere che lascio a voi.
Il Supernova è un festival organizzato da uno stronzo misogino ma, ahimè, anche l'unico evento indie di queste parti. Ad aprire la serata c'erano i Gomma, 4 ragazzi salernitani troppo cupi e distorti per i miei gusti: ho approfittato per mangiare un'insalata greca. Abbiamo trovato posto sotto il palco senza faticare, la gente era poca, e in un inferno di luci rosse Giorgio ha esordito con i suoi mitici maglioni sfigati e con Paradute, che suona come un malinconico elenco di inutili acquisti. Ha proseguito con un pezzo strumentale prima di farci un sorriso e salutare. Dalle interviste mi era parso timido e schivo o forse mi piace immaginarmelo così, ma non ero la sola: ogni parole era accolta da fischi di incoraggiamento.
Ho conosciuto l'album praticamente quella sera e non poteva esserci modo migliore: nonostante Giorgio non sia un fan delle canzoni da spiaggia, dal vivo suonavano tutte più allegre e spensierate di quanto non facciano su Spotify, complice un batterista che tarellava come se non ci fosse una domani e che mi ha assolutamente rapita. Al bassista non avrei dato più di 15 anni, ma il centro della scena se lo prendeva lui, con l'intensità con cui si piegava sul microfono e cantava con una voce per cui non esistono aggettivi, ma di cui è semplicissimo innamorarsi.


Oggi il cantautorato italiano è come il socialismo negli anni settanta: in espansione. C'è spazio di espressione per tutti. Io che molto chiedo ai testi, mi sono trovata troppo spesso annoiata da una tristezza pateticamente compiaciuta, oppure delusa da storie di una banalità imbarazzante. Quello che ho apprezzato di Giorgio Poi è l'originalità: del timbro, delle idee, del sound, di quello che succede nelle sue canzoni. Racconta di cose che non voglio necessariamente essere comprese, o definite, ma piuttosto immaginate nei cinefilm mentali dei nostri trip. Leggono la realtà con sarcastica intelligenza e uno sfondo confuso ma potente di nostalgia: lo squallore urbano, i progetti di fuga, le vacanze come vengono, la volontà di difendersi, le separazioni dopo tanta condivisione, tanta complicità. Le canzoni sono episodi poetici che si prestano alla parafrasi di ogni ascoltatore, ermetici e sfocati come il Dente degli inizi.
E io di chi dimostra sensibilità espressiva mi sono sempre innamorata, nonostante le fregature dei personaggi che stanno dietro alla penna: Federico Fiumani, D'Annunzio con La pioggia nel pineto, Freud con L'interpretazione dei sogni. Come potevo rimanere indifferente a un poeta fresco, notturno e urbano come Giorgio Poi?


E poi era una vita che non vedevo un concerto italiano, avevo dimenticato della gioia straripante di fare e ascoltare musica, stare in mezzo a venticinquenni che fanno battute sceme e cantare e saltare totalmente fuori luogo sopra pezzi lenti, per festeggiare l'attacco che hai sempre aspettato. Mi è venuta voglia di vederne altri ed essere indulgente con chi ho scartato su disco. Asia Argento anni fa diceva che ai concerti si rompe i coglioni, preferisce ascoltare i cd da casa: ecco, io tifo ancora per la vecchia scuola, quella degli intermezzi strumentali di percussioni furiose che non ti aspetti a un concerto melodico.
Anche portarsi dietro fidanzati un poco scoglionati ma tanto pazienti è una fonte di divertimento, soprattutto se a forza di sentirtela cantare sotto la doccia pure lui intona Con la felpa blu e le scarpe da ginnastica a madonna sul divano. 
Ma soprattutto, farò un fun club per tutti gli ah ha ha, i uuuh e pure gli oh nooo delle sue canzoni. Bisognerà dirgli che Dente sull'onomatopea ha costruito la sua fortuna.
Dopo Niente di strano e Tubature in atmosfera da accendino alla 883, mi aspettava la deliziosa maglietta colorata e Le Luci della Centrale Elettrica. La gente è raddoppiata e l'entusiasmo generale per il tizio barbuto che cantava versi incomprensibili ha lasciato Luca di sasso. Sapevo che non avrebbe retto oltre e ci siamo avviati all'uscita, ma prima ha pinzato Giorgio tra la folla e, memore del mio trauma da foto con l'artista, gli ha chiesto di posare con me.
Certo Giorgio mi ha conquistata, ma lui sa come rimanere primo nel mio cuore. Al prossimo concerto, spero quanto prima!
S.

Nessun commento:

Posta un commento