giovedì 17 maggio 2018

One shot review: Girl power- Jennifer Mathieu

Titolo originale: Moxie
Anno: 2018
Paese: Stati Uniti
Autore: Jennifer Mathieu
Genere: young adult
Pagine: 300
Sinossi: Vivian è una timida studentessa che frequenta un liceo spaventosamente sessista in un Texas francamente inverosimile: insegnanti indifferenti, preside misogino, compagni di classe da prendere a cazzotti nei denti. Ispirata dal passato di riot girl della madre e dalla musica delle Bikini Kill, dà vita a una fanzine femminista.

Certo il Texas non ha una gran nomea quanto a progressismo e rispetto della diversità, ma questa cittadina di provincia anonima e repressiva mi sembra un tantino eccessiva per risultare credibile. Nella rassegnazione generale delle ragazze, i coetanei sono liberi di fare il cazzo che pare a loro, senza che a loro venga neanche in mente di parlarne ai genitori, quella stessa generazione di trentacinque-cinquantenni che sta facendo più danni che la tempesta con la loro iperprotettività isterica. Sorry, I really can't believe this. 
Detto ciò, ai miei tempi ce li sognavamo romanzi per ragazzi che citano le musiciste punk degli anni '90 e inneggiano al femminismo! Ho dovuto trascurare la lettura di Pastorale americana perchè i colpi di scena di questa storia mi hanno fatto dimenticare anche la febbre, per non parlare della solidarietà toccante che cementa il rapporto tra le protagoniste. La scrittura è molto semplice, talvolta generosa di dettagli inutili, ma il messaggio del libro è troppo importante perchè ci si aspetti la penna di Raimond Carver: spero di brutto che le adolescenti ne apprezzino il carattere sovversivo ed empowering e che corrano a scoprire cosa succedeva ad Olympia nei primi anni novanta.

It occurs to me that this is what it means to be a feminist. It’s not a bad word. After today it might be my favorite word. Because really all it is is girls supporting each other and wanting to be treated like human beings in a world that’s always finding ways to tell them they’re not.

martedì 8 maggio 2018

"La Simo compra solo reggiseni femministi": breve storia di un orpello

Il primo reggiseno lo ricordo molto carino e per me, additata come la senzatette di turno, fu una conquista importante, anche se mio padre sghignazzava quando se ne accorse. Sono convinta che dalla pre-adolescenza in poi la misura del seno acquisti un'importanza enorme, per chi lo porta e chi lo palpa, e la sua ragionevole dose di complessi. Anch'io devo avere patito per le maligne considerazioni a cui ti sottopongono le coetanee più ciniche, leggi anche frustrate, ma c'erano tante di quelle cose per cui sfottermi e di cui preoccuparmi (occhiali, assenza di peli pubici, abbigliamento, genitori imbarazzanti.. la lista sarebbe più lunga e penosa) che per le tette non ricordo struggimenti considerevoli. Sì, avevo una timida prima quando diverse compagne già sfoggiavano terze invidiatissime, e a quell'età era un ottimo punto di partenza per attrarre compagni immersi in una bagnacauda di ormoni, ma avrei desiderato di gran lunga potermi vestire decentemente per mettere a tacere la mia incessante sfiga.
Forse è questo il motivo della mia sorpresa quando ragazze sui 25-30 anni si crucciano per una prima, una seconda e sognano dolorosissimi interventi chirurgici: ho conosciuto molto, molto bene le insicurezze con cui i soliti mazzi di stronzetti ti costringono a confrontarti quando sei più vulnerabile e  alla cieca ricerca di conferme. Tuttavia, una volta che cresciamo, non è un po' puerile questa fissazione per le tette da manga porno?


Il percorso femminista che mi ha forgiata mi ha dato una santa mano nell'accettarmi per quella che sono e nel liberarmi delle piccole guerre dichiarate a noi stesse messe in testa dagli uomini. Se da domani sparisse dalle nostre teste la convinzione che smanacciare su delle quarte sia il loro climax sessuale, ci importerebbe ancora qualcosa di avere una cassa toracica da tredicenne?
Con il femminismo nella mia vita è arrivata la ribellione, anche nei reggiseni: al bando i modelli super imbottiti in cui sentirmi una faina in una trappola di bosco, via libera ai reggiseni sportivi, velenosamente ribattezzati dalle amiche reggiseni femministi. Un pomeriggio di shopping con loro era peggio di una sassaiola di ingiurie. Più di ogni altra cosa, mi sarebbe piaciuto non metterli affatto, ma se proprio vogliamo trovare un problema al mio magnifico seno, di cui solo in anni recenti mi sono irrimediabilmente innamorata, è quello di avere capezzoli più duri del torrone che si avvistano anche a cento metri. Quando con ardita ostinazione giravo nuda sotto le magliette estive, mia sorella mi indicava come il dito di Dio a mia zia: dille qualcosa! Lei rievocava con occhi sognanti quegli anni settanta in cui il reggiseno era un patto col diavolo, ma poi mi ammoniva di pensare alla vecchiaia, quando crolla tutto senza ritegno.


Finalmente, mentre pensavo a tutt'altro, è arrivata l'insolita moda dei reggiseni morbidi, di tutte le fogge e le taglie, a liberare le irriducibili dal brassiere inchiavabile. Bien jouè.
Come in tutti i campi del sapere in cui ritengo di esprimere opinioni inossidabili, quella del reggiseno l'ho sempre considerata una battaglia delle donne libere. E avere una quarta di reggiseno, una rottura di cazzo incredibile. Poi però sono capitata su un video di Cmdrp sull'argomento che mi ha costretta a rivedere il rigore delle mie posizioni: perchè non diventi una prigione dorata di moniti e divieti, le donne devono poter scegliere. Dalla terza in su, il reggiseno è quasi indispensabile e rivela, oltre che idealismi e stereotipi, finalmente la sua utilità: sostenere un seno, alleggerire il peso. E poi ci sono tutte quelle persone che dentro qualche centrimetro di tessuto si sentono a loro agio e non sono disposte a rinunciarvi per sfidare il senso comune. E ho capito l'importanza di accettarle e di supportarle.
Ciononostante, faccio ancora fatica a contemplare l'universo delle giovani donne che sognano di ricevere una taglia in più. Sorvolando su quanto riferito da chi si è sottoposta a questa barbarie e ha patito le pene dell'inferno (a quel punto sono tutti cazzi vostri), penso che in questi casi una riflessione confortata dal pensiero femminista sia doverosa: perchè non provare a superare la granitica affermazione di farlo solo per noi stesse, a capire quali sono le paure che vogliamo annientare con mezzo chilo di silicone? Tutto quello che paghiamo migliaia di euro può essere ottenuto lavorando sulla fiducia in noi stesse. Avremo un seno imponente come la doppia prua di un catamarano, ma la nostra sicurezza nelle relazioni umane dipenderà da un artificio pagato a gente che per tutta la vita ha demolito la nostra autostima per spenderselo in Dio sa quale puttanata. Il mercato vive da tempo immemore sulla capacità di indurre le donne a detestare sè stesse: penso che buttarlo in culo a tutti loro sia una forma d'amore.

Con la sua misera e resistente seconda,
S.

giovedì 3 maggio 2018

Un piccolo meraviglioso drappello di amici: come Youtube mi ha cambiata negli ultimi anni

Il primo approccio con l'universo degli youtuber fu piuttosto buffo: la mia amica e co-autrice di questo blog mi mandò un video per schernire una ragazza siciliana che recensiva senza troppa arte Lolita di Nabokov. Aveva, tuttavia, una voce così rilassante che decisi di continuare a seguirla per avere compagnia mentre facevo cose noiosisime, tipo stendere o strappare le sopracciglie. In modo del tutto spontaneo e inaspettato, nonostante prestassi poca attenzione ai contenuti, imparai un sacco di cose: fare detersivi e cosmetici homemade, avere un minore impatto sull'ambiente, nozioni di decoupage e oggettini da regalo, perchè acquistare prodotti di bellezza eco-biologici.  
Fu l'inizio di una piccola rivoluzione di cui ebbi coscienza solo con gli anni. Cominciai a seguire altri canali, più per il piacere di una bella voce che per quello che sentivo raccontare, anche perchè era del tutto trascurabile per i miei interessi: make-up, haul di fast-fashion, outfit, pettegolezzi e drammi personali. In qualche modo, non ricordo assolutamente quale (sulle svolte della vita aleggia sempre una certa nebbia), capii che quel mondo virtuale pullulava di gente che poteva intrattenermi parlando di cinema, libri, femminismo, tutte cose in grado di fare la mia gioia. Del resto, se qualche anno prima grazie ai forum avevo trovato persone in tutta Italia con cui parlare di skinheads e Beastie Boys, Youtube poteva essere la chiave per aprirmi ad altri campi del sapere, di cui difficilmente avrei parlato con le amiche un poco superficiali. E esattamente così è stato.
L'aspetto più bello di questa forma di conoscenza è la naturalezza dell'apprendimento: meno impegnativo di libri e articoli, assolutamente pro-multitasking e molto divertente. E' da poco più di un anno a questa parte che Youtube è diventato il coro di voci che riempie le mie giornate, grazie a cui sono stata stimolata e spinta a cambiare in una maniera che non avrei potuto immaginare. I responsabili di questa significativa evoluzione rispondono a tre promotori di cultura in particolare:

Matteo Fumagalli, vorace lettore appassionato di cinema, gatti e Giappone. Ha una rubrica di posta del cuore per adolescenti in crisi che mi ha ridato gioia di vivere in un'estate affollata di bambini impossibili. Con lui ho riscoperto il piacere della lettura, una marea di libri e autori mai sentiti nominare prima che farebbero la gioia ai colloqui in libreria (se si decidessero a chiamarmi) e un frasario da post-adolescente milanese con cui mandare a spigolare le amiche ivi domiciliate che fanno le bitchy.
Cmdrp, al secolo Irene Facheris, ovvero il femminismo a portata di orecchio. La sua spiccata capacità di comunicazione l'ha ispirata per creare il format Parità in pillole, con cui introduce anche i più agnostici alle profondità delle questioni di genere. Mi ha insegnato molto più di quello che credevo di sapere sulle tematiche femminili, per non parlare dela finestra che ha aperto sulla comunità lgbt. Ho smesso di sentirmi l'isolata femminista rompicoglioni della zona.
Ilenia Zodiaco, la queen incontrastrata della mia idolatria senile. Ogni video è una festa, il suo eloquio incantevole coniugato a l'accento catanese assolutamente magnetico mi strappa il cuore. Classe '92, laureata in lettere moderne, padre bibliotecario, mangia libri come caramelle e ne racconta con una classe fuori dal comune: tutto quello che vorrei essere. Quando mi sento giù, una recensione velenossisima su uno young adult trash mi riporta in vita a suon di ghignate Un pozzo di gusto, talento, letteratura e capelli bellissimi (è la mia cotta lesbica, senza dubbio).

Come potete immaginare, gli youtuber si fanno un mucchio di pubblicità l'uno con l'altro, perciò non finisco mai di conoscerne di nuovi. Grazie a questo filone inesauribile di gente e interessi ho una lista chilometrica di letture in attending tra librerie e biblioteche, sono tornata a guardare un film sui supereroi a distanza di dodici anni, ho imparato molto su generi, libri, autori, serie tv e film che non mi sognerò mai di guardare, ho fatto la nutella e il kebab do it yourself, leggo le etichette dei cosmetici e so esattamente cosa non comprare, conosco la differenza tra transgender, drag queen, pansessuale ed eteroflessibile, ho potuto sostenere un colloquio in profumeria senza sapermi truccare, ho sensibilmente ridotto i miei ascolti musicali perchè la musica non mi inteessa più quanto i video. E' stato un percorso tanto più emozionante perchè neanche mi sono accorta di quanto queste persone mi stessero aiutando a informarmi, divertirmi, intrattenermi, allargare i miei orizzonti: ho dovuto fermarmi per realizzare quanto sia profondo questo cambiamento ed esserne felice.
La mia gratitudine a questo fenomeno potrebbe suonare sconsiderata, immatura o perfettamente idiota a chi non ha condiviso la stessa esperienza. Forse un po' di fanatismo in tutta questa faccenda esiste, ma la compagnia virtuale e incessante che fa la gioia dell'amante delle vette solitarie che vi scrive, ultimamente anche un poco scoraggiata dalle relazioni umane, è una piccola rivoluzione che scheggia la misantropia della vita reale.  
La vostra devota fangirl,
S.
 
Ci sono campi del sapere dove sono particolarmente ferrata, come l'acqua d'uva e la marmellata di fichi 


martedì 1 maggio 2018

Uscivo con Satana e sono ancora viva

Quando ho raccontato a un carissimo amico che il mio ex fidanzato non disdegnava la violenza sulle donne (e sulla sua in particolare), la replica è stata: "Ma come, tu che sei una femminista?".
Intendeva dire che non gli pareva possibile che una persona attenta e consapevole alla parità di genere permettesse al ragazzo che aveva scelto di alzarle le mani. Non posso negare che sia una legittima osservazione.
La violenza di compagni, mariti, ex e fidanzati sembra essere una di quelle cose che ci sfiora vagamente: le campagne sui media, gli articoli sui giornali, i racconti della zia o dell'amica, quegli uomini orrendi e possessivi a cui non avremmo permesso di toccarci neanche con una pertica da barcaiolo. Crediamo di essere informate, emancipate, intelligenti, libere da certi vincoli di coppia e ricatti sentimentali. E' facile dimenticarsi quanto sia comune farsi coinvolgere in queste tristissime faccende. Sicuramente, sperimentarle in prima persona regala un'interessante spaccato di realtà e, nonostante il dolore che la mia vicenda si porta dietro, sono grata all'insegnamento che mi ha lasciato, che mi ha permesso di capire meglio le dinamiche spesso incomprensibili delle donne che subiscono, non lasciano, non denunciano.

Dai diciotto mesi di frequentazione con la mia versione di Satana, ho imparato due o tre cosette che difficilmente dimenticherò:
1 I peggio mostri di Firenze si celano sotto appassionati e divertenti gentiluomini. Non so se qualcuna si metterebbe con un giovanotto che la prende a ceffoni al primo appuntamento, ma è molto comune che Pacciani i primi tempi sia un incrocio tra il principe azzurro, il cappellaio matto e Jean Claude Van Damme.
2 I motivi per cui un uomo diventa violento possono essere diversi: un'educazione sessista, l'incapacità di gestire rabbia, stress e cambiamenti negativi, una cultura misogina, machista e omofoba, il timore di esprimere i propri sentimenti o di chiedere aiuto. Smettiamola di dire alle donne che sono solo psicopatici. E' rassicurante, ma molto lontano dalla verità.
3 Gli uomini non diventano violenti quando tutto fila a meraviglia e tu ti senti forte, indipendente, piena di autostima, ma facilmente cercano una valvola per il loro sfogo nei momenti in cui sei più debole, vulnerabile, insicura, magari disoccupata da tempo, dipendente economicamente o psicologicamente, preoccupata dalla crisi della vostra relazione. In quei momenti fare la femminista, entrare in un commissariato, parlarne con qualcuno è difficilissimo.
4 Quello che mi ha fatto tacere su quello che stavo passando, per mesi interi, è stata l'umiliazione di dover ammettere che ero stata debole, che mi ero arresa, che mi ero fatta prendere a ceffoni in mezzo alla strada senza aver avuto la forza di reagire. A nessuno piace essere vista come una vittima, preferiamo fingere di essere donne diverse.
5 Perchè lasciare è così difficile? Si sviluppa un rapporto di dipendenza molto forte,  grazie anche al fatto che della nostra sicurezza di un tempo rimane ben poco e siamo alla disperata ricerca di conferme di amore e attenzioni. E poi c'è la speranza idiota ma ostinata che se ci comportiamo bene, evitiamo di farlo incazzare e diciamo sempre sì, le cose torneranno quella di una volta: dentro quella fodera satanica c'è ancora nascosto il principe azzurro dei tempi belli.
Quando ho deciso di lasciarlo, ero molto preoccupata al pensiero di quello che avrebbe potuto succedere, ma soprattutto volevo fare in modo che mi comprasse il biglietto dell'autobus prima che lo mollassi, perchè ero rimasta al verde (anche nella disperazione conservo sempre un briciolo di
strategia). Mi insultò e minaccio tutta la gente con cui avrei potuto uscire, poi se ne andò e fui costretta a suonare a un'amica per farmi prestare i soldi del biglietto. Qualche giorno dopo, tuttavia, nella mia testolina difettosa cominciai a pensare che avrebbe potuto essere diverso, se ci fossimo rimessi insieme: in base a quale assurdo pensiero stento a capirlo ancora adesso, ma ero troppo dipendente da quella compagnia, troppo debole prendermi la responsabilità di quella rottura.
Rimanemmo insieme ancora due settimane ma anche lui, grazie a Dio, cominciava ad averne abbastanza: finalmente, mi lasciò perchè avevo fatto una stupida battuta sui fascisti per provocarlo ("Menomale che l'hai detta, ripetitela ogni giorno!" mi dissi una volta che realizzai com'era andata). Era quello che aspettavo, non c'erano sensi di colpa o rimpianti o progetti autodistruttivi da poter rincorrere. La sera dopo andai a un concerto, folle di gioia e liberazione. Era finita, ma la rabbia e la frustrazione repressa di quel periodo esplose nei mesi successivi: litigavo con chiunque, cercavo briga per la strada, carburavo un rancore sordo che mi ha avvelenata per anni.
6 Perchè denunciare è così difficile? Le dinamiche sono tante quante le storie, immagino, però capisco cosa ti possa continuare a legare a qualcuno che chiami Pacciani ogni volta che distrugge i tuoi tentativi di rinascita. E' una decisione necessaria, ma anche dolorosa e sfibrante. E, soprattuto, personale. Credo che, come le vittime di strupro, ognuna trovi una tregua a suo modo con quel periodo tremendo e cerchi di guardare avanti. Non le biasimo.

Scrivere questo post è stato difficile, lo avevo in programma da molto tempo ma parlare dei fatti propri a certe latitudini non è una passeggiata di salute. Spero che, tra i pochi che lo leggeranno, ci sarà qualcuna che possa sentirsi meno sola.
Con gratitudine,
S.

martedì 24 aprile 2018

Younger: fingersi giovani nel mondo dell'editoria

Salve amici,
vi concedo una tregua dalle recensioni di libri serissimi per parlare di una serie tv frivola e irresistibile: YOUNGER. Forse ne avevo sentito parlare dalla mia musa virtuale Ilenia Zodiaco, forse ci ero arrivata grazie a Sex & The city, di cui ricorda l'atmosfera patinata, gli uomini come se piovesse e le feste a getto continuo.
E' la storia di Lisa, quarantenne divorziata che rientra nel mondo del lavoro dopo anni di full immersion nelle delizie della maternità: manco a dirlo, viene rimbalzata in ogni dove, in particolar modo da giovanissime bossy che si credono 'sto cazzo perchè non hanno ancora avuto bisogno di una ricucita vaginale dopo il parto. E la stroncano senza termini.
La coinquilina lesbica le consiglia di fingersi ventiseienne, dal momento che nessuno le darebbe la sua età e rimorchia senza sforzi ragazzini nei bar: grazie a un guardaroba teen e a un documento falso, viene assunta da un'importante casa editrice come assistente di una stronza piena di comiche insicurezze che la tratta come un galoppino di quart'ordine e le ricorda puntualmente che non può capirla perchè non ha vissuto abbastanza.
Sono all'inizio della seconda stagione e posso solo dare un'impressione sommaria, ma la sto letteralmente a-do-ran-do. I personaggi mi piacciono da morire: Hilary Duff interpreta una editor frizzante con un fidanzato insopportabile e con un'amica p.r. matta come un setaccio e ossessionata dai social, la coinquilina è un'artista folle come nella migliore delle tradizioni, la capa classista e ansiosa di mettere le mani sullo scapolo d'oro dell'ufficio è esilarante.
Anche quello di Lisa è un personaggio riuscito, anche se trovo sopporti tutto con un pizzico di stoicità di troppo e non si incazzi mai: dall'avvento della fantasia nella mia vita, non posso tollerare simili azzardi. Il suo equilibrio nel conciliare famiglia, lavoro e vita sociale è encomiabile e dà vita a equivoci godibilissimi.
La fotografia e la colonna sonora pompano al massimo la vita notturna newyorchese, le feste, le sbronze, le avventure e celebra l'irripetibilità della giovinezze incosciente e spensierata: mettono voglia di uscire anche a me, il che è quasi miracoloso. Per quanto superficiale e sciocchina, l'estetica pop della serie è gradevolissima e la leggerezza dello sviluppo non esclude l'invito alla riflessione, soprattutto sull'influenza determinante dell'età rispetto ai ruoli sociali e alla libertà che le persone possono concedersi nelle scelte personali.
E poi, affascinata come sono dal mondo dell'editoria che, ahimè, nonostante la laurea mai sfiorerò, è interessante studiarne le dinamiche e farsi qualche idea su come funzionino i rapporti lavorativi oltreoceano (malissimo, suppongo, si sa che dove si ride degli eccessi che sempre un fondo bello spesso di desolante verità).
Assolutamente consigliata!
Alla prossima frivolezza (stare con le amiche vanifica la mia autorevolezza culturale),
S.

venerdì 20 aprile 2018

One shot review: Diario del primo amore- Giacomo Leopardi

Anno: 1997
Paese: Italia
Autore: Giacomo Leopardi
Genere: autobiografico, memoire
Pagine: 72
Sinossi: scritto a Recanati tra il 14 e il 23 dicembre 1817, il breve estratto del diario dell'autore fu ispirato dall’innamoramento per Geltrude Cassi Lazzari, cugina di Monaldo e ospite in quei giorni in casa Leopardi, che aveva trentun anni più di lei.

Il mio amore per Giacomino da Recanati è molto più romantico che letterario: vederlo impersonato da Elio Germano mi ha emozionata oltre ogni comprensione, ma leggerlo è tutt'altra storia. La sua scrittura l'ho sempre trovata ermetica, faticosa, fitta e zeppa di superlativi, ogni tanto sono tentata di buttare via tutto e darmi agli young adult trash. Tuttavia, e fortunatamente, la capacità di espressione dei suoi sentimenti che Leopardi raggiunge con la prosa mi è di gran conforto, perchè riesco a sentirlo più vicino: è stupefacente come in queste pagine il vissuto di un adolescente di due secoli fa coincida drammaticamente con il mio negli stessi anni: le medesime emozioni, gli stessi tormenti, identici gli slanci amorosi. Il Leopardi dei primi vent'anni dell'ottocento vive i suoi primi, disperati e platonici idilli amorosi non troppo dissimilmente dai liceali contemporanei e questa constatazione non smette di sbalordirmi: come la melensaggine e la megalomania degli amori adolescenziali se ne infischi del tempo che li separa e si ripeta drammaticamente idiota.
Mi colpisce anche come Giacomino ammiri le vicende del giovane Werther e con lui prevedibilmente si identifichi: nonostante spasimino alla stessa maniera, che io trovo fatua e sciocchina, non mi innervosisce enormemente come il personaggio di Goethe. Ma io con Leopardi ho un rapporto tale di tenerezza e riconoscenza che raramente so rimproverargli qualcosa: avessi scoperto queste dolcissime confessioni quando mi innamoravo ogni centocinquanta metri, avrei trovato sollievo dai cialtroni che mi spezzavano incuranti il cuore.

Se questo è amore, che io non so, questa è la prima volta che io lo provo in età da farci sopra qualche considerazione; ed eccomi di diciannove anni e mezzo, innamorato. E veggo bene che l'amore dev'esser cosa amarissima, e che io purtroppo (dico dell'amor tenero e sentimentale) ne sarò sempre schiavo.

One shot review: le rockstar non sono morte- Valerio Piperata

Anno: 2014
Paese: Italia
Autore: Valerio Piperata
Genere: narrativa, musica
Pagine: 208
Sinossi: due liceali romanai in fissa con la musica mettono su una band senza saper suonare, aggiungono un cantante megalomane scartato a X-Factor, un criminale di borgata e si battezzano I Vecchi. Nonostante l'attitudine maldestra e l'aura di sfiga che li perseguita, un pezzo grosso della discografia italiana punta su di loro.

L'autore era poco più che un pischello all'uscita del libro e lo stile acerbo e spontaneo, non sempre riuscito, lo testimonia: nella seconda parte la narrazione non mantiene un buon ritmo, qua e là la vicenda perde di interesse. Ciononostante, la costruzione dei personaggi è deliziosa e la comicità fa un buon lavoro: in treno cercavo di ridere educatamente senza dare nell'occhio, a casa mi sono sbellicata senza ritegno. Come sempre succede, rimango colpita nello scoprire che c'è una storia vera dietro all'ispirazione del romanzo e lo storpiamento dei nomi celebri del panorama musicale fa molto ridere. In questo paese il talento nel raccontare le peggio sfighe e ingiustizie con l'ironia ce l'abbiamo cucito addosso: il ritratto dell'underground italiano è costellato dei peggio stronzi.

Com’è andata?
Non l’ho visto il concerto. Vi hanno fischiato?
No
Tirato le arance?
Nemmeno
Naziskin?
Nessuno
Allora è andata bene

sabato 17 marzo 2018

One shot review: le infiltrate- Nicola Palmarini

Anno: 2016
Paese: Italia
Autore: Nicola Palmarini
Genere: saggistica, parità di genere
Pagine: 152
Sinossi: il tema se le ragazze possano scrivere codice o meno non si pone. Possono. La domanda è: sanno di poterlo fare? Sanno che cosa si nasconde dietro a questa possibilità? Dobbiamo dirlo loro e, prima ancora, ai loro genitori, chiamati a raccontare alle proprie figlie che sono portate e geneticamente qualificate per un lavoro alternativo a quello cui in genere paiono destinate.

Un argomento interessante e poco esplorato, quello del rapporto tra ragazze e tecnologia. Confortato da dati allarmanti, interviste in giro per il mondo e un'indignazione tutta sua, l'autore apre uno spiraglio su un mondo che non ho mai considerato il mio, dichiarando: "nessuno nasce portato per la matematica e la scienza". BOOM! Una rivelazione che ha il potere di sconvolgere un'abbonata cronica al votaccio da quando sono stata in grado di scrivere due numeri sulla stessa riga: e se non fossi stata semplicemente educata, incoraggiata, seguita nel modo giusto, a vantaggio di qualche compagno maschio? Palmarini sviscera la sua tesi in ogni aspetto con una verve ferocemente anti-sessista, ottimista in un futuro luminoso di etico progresso grazie al contributo delle donne. Stimolante e istruttivo per tutti, regala orgoglio e determinazione a chi si è sempre creduto un incapace.

I messaggi sono:
1 Questa non è roba che ti interessa
2 Comunque, anche se ti interessasse, non saresti capace
3 Non appartieni a questa cultura

mercoledì 14 marzo 2018

One shot review: tutto su mia nonna- Silvia Ballestra

Anno: 2005
Paese: Italia
Autore: Silvia Ballestra
Genere: narrativa
Pagine: 204
Sinossi: tre generazioni in duecento pagine, tre donne singolari che compongono una singolarissima famiglia marchigiana, di cui l'autrice racconta caratteristiche e segreti, a cominciare dal lessico.

Sicuramente l'ispirazione della Ballestra deve molto a Lessico familiare della Ginzburg: le parole forgiate dai personaggi in base al temperamento e all'approccio all'esistenza sono lo sviluppo della vicenda. Le forme dialettali punteggiano il racconto di colorati e spassosi aneddoti, dove ho trovato il maggior piacere della lettura: i dialoghi strambi tra madre e figlia su come portare i capelli, quelli tra zia e nipote sulla necessità di depilarsi le ascelle sono una delizia. Peccato che il libro sarebbe risultato più efficace con la metà delle pagine: troppi inserti poco coerenti con la storia familiare, troppe storie assurde buttate in mezzo alla pagine di cui, a quanto vedo dai commenti online, non è fregato proprio a nessuno. Ciononostante, la lettura mi ha divertita, soprattutto nella narrazione degli isterismi, delle manie e delle assurdità di una famiglia disfunzionale dove ho ritrovato pure la mia.

Il linguaggio di un posto bisogna ascoltarlo incastonato nel suo paesaggio, non andrebbe lasciato solo nello spazio bianco di una pagina. Avere a che fare con queste parlate è come vivere su un vulcano, non sei mai veramente al sicuro.

domenica 11 marzo 2018

"Peggio di Giorgio Poi.. A questi concerti non mi prendi più": Levante LIVE

Un concerto seduta non lo guardavo dai tempi di Patti Smith: era il 2007, avevo da poco passato i vent'anni e quello era il primo che vedevo. Non potersi scatenare al cospetto della sacerdotessa del rock 'n' roll era stata una cazzata tremenda dettata da un'organizzazione incomprensibile, ma devo dire che per Levante aveva il suo perchè. Sulle prime io e la mia amica siamo rimaste deluse, ci aspettavamo di correre sotto il palco con la birra in mano (Luca era ben contento di restarsene dov'era, considerato che non gliene frega niente e mi accompagna per castigo), ma poi mi sono ricreduta: erano quasi tutte ballate piuttosto lente e ho avuto modo di interrogarmi con tranquillità sui testi, oltre che riposare le membra stanche dopo una giornata di lavoro. Il Politeama è un bellissimo teatro genovese dove non ero ancora stata e tutto quel pubblico seduto ad ascoltare il concerto educatamente composto alle sue poltrone era straniante, perfino piacevole.
Senza conoscere nei dettagli la produzione di Levante, entrambe ci aspettavamo un evento abbastanza dinamico e qualche pezzo ballababile in più: alla fine ci siamo agitate sul posto per Alfonso in apertura e Pezzo di me in chiusura, le due ore scarse di mezzo ci siamo godute le bellissime scenografie di disegni fluttuanti e giochi di luci/ombra e abbiamo viaggiato come dei siluri sulle parole cantate (c'è da dire che ai concerti a cui presenziamo d'abitudine il massimo della scenografia è il graffito alle spalle della band Skinhead Genova o Savona antifascista). 


Le parole, dicevamo: per me suonavano come poesie e mi hanno fatto venire voglia di rimettermi a scrivere qualche verso per la bellezza con cui erano capaci di parlare di storie dolorose e stronzi colossali. Però, una volta rivisti i testi online, ho realizzato che sono anche parole ermetiche e personali come poesie e rendono difficile l'identificazione con il mio vissuto. Insomma, di una sensibilità toccante, ma decise a tenerti distante e a parlare solo attraverso i sentimenti di Claudia Lagona. Forse è una personalissima interpretazione, ma mi ha delusa.
Difficile quindi, dal mio punto di vista, capire di cosa voglia  parlare Levante attraverso le sue canzoni: a un ascolto superficiale sembrano tutti pezzi d'amore, mai banali ma monetematici probabilmente sì. Invece sentirli dal vivo in quel teatro mi ha permesso di individuare riflessioni sull'amicizia e sui legami familiari, difficoltà di crescita e di essere una donna, tormenti di separazioni non solo amorose. A legare tutto insieme c'è una voce sublime e meravigliosa che emoziona continuamente, anche se trovo che molti pezzi siano giocati sui gorgheggi al solo fine di esibire la potenza vocale come un ornamento, e che questi motivi si ripetano a getto continuo fino, talvolta, a stancare. Quella voce roca e calda di Sicilia mi ha ricordato Carmen Consoli.


Abbiamo sentito tutto Nel caos di stanze stupefacenti e la gran parte dei pezzi dei primi due album; Levante ha cominciato a chiacchierare dalla metà in poi, dichiarando di essere diventata più taciturna ai suoi concerti ultimamente, però ha anche saputo contraddirsi sciogliendosi e raccontandoci delle sue emozioni con sincerità e ispirandomi molta tenerezza. Sto cominciando a capire quanto sia criticata e messa alla gogna per il solo fatto di essere una donna esplosa nel panorama indie-pop, per la capacità e la scaltrezza nel fare l'equilibrista sull'orlo di più etichette: è un personaggio che sa vendersi ma senza compromettere una forte personalità e delle opinioni precise, flirta con i social e il mainstream senza rinunciare a esibire Girl power sulle spalle o a denunciare la violenza sulle donne nei suoi pezzi. E' decisa, determinata, esplosiva, affettuosa, si interessa di attualità e adora la moda: una donna che si permette queste libertà e queste contraddizioni in Italia è antipatica a molti, che hanno la necessità di trovare una rassicurante categoria alle persone per sentirsi meno minacciati dal loro essere e fare come gli pare.
Questa riflessione finale mi spinge a dichiarare che no, non è stato il concerto che mi aspettavo e si, mi ha saputa sorprendere e conquistare senza strapparmi i capelli: la musica live rimane una forma artistica e culturale potentissima, in grado di mandare all'aria ogni preconcetto avessi prima di varcare la soglia del locale. Ogni volta che vado a sentire qualcuno, e purtroppo per chi mi piace davvero non capita spesso come vorrei, mi dico Ma perchè non ci vengo più spesso, cazzo?", scossa da tutte quelle emozioni magnifiche che un cd non è in grando di suscitare. Perciò dico a chi mi legge e prima ancora a me stessa: vai ai concerti, Cristo, non te ne pentirai comunque!
Su Pezzi di me due fan ardite si sono lanciate a pioggia verso il palco e metà del teatro le ha seguite: nonostante la ressa, le spinte, i commenti scemi della gente intorno, mi è mancato il calore umano dei cari, vecchi concerti sotto palco. Probabilmente la musica di Levante non mi piacerà mai davvero e questa serata non ha cambiato le cose, ma le sono grata per il solo fatto di esserci, prendersi gli sputi di chi non l'ha capita e fare la femminista glamour, a dispetto di tutti quelli che vorrebbero insegnare come si fa o non si fa la battaglia per la parità di genere. Il femminismo vi abbraccia tutt*: è questa la figata che non si può sconfiggere.