domenica 10 dicembre 2017

Tu non avevi tempo, io non ci stavo dentro: Gazzelle LIVE

Venerdì sera di Immacolata Concezione, Gazzelle live al Crazy Bull di Genova con un seguito di amici tutt’altro che entusiasti della serata. Sembra però che uscire sia una consuetudine a cui non è possibile negarsi nemmeno in questo caso: dinamiche a me misteriose come l’alfabeto cuneiforme. A ogni modo, sono grata alla schiavitù dell’uscita serale che mi ha fornito accompagnatori automuniti e cordiali per l’occasione.
Hanno aperto la serata Le Astronavi, giovani rappresentanti della scena trap che non mi hanno particolarmente interessata. Flavio Pardini and band si sono fatti attendere, esasperando la folla di squinzie eccitate sotto palco. Me l’ero immaginato più alto e molto, molto più attraente, ma ho capito nel giro di qualche canzone che la carica sensuale di cui dispone naturalmente fa cedere le ginocchia al primo sorriso. Allo stesso modo la pensava la componente femminile del pubblico, precipuamente post- adolescente e a filo di orgasmo a ogni parola del cantante. Consapevole di generare reazioni di isteria erotica, il leader di Gazzelle ci ha giocato per tutto il concerto: accendendosi la sigaretta due volte per accontentare più di una fan generosa, prestando il gin lemon alle ragazze della prima fila, rispondendo a domande maliziose su incontri galanti. Sul suo candido Belin sono partiti gemiti caldissimi. La scena più bella è quella che ha visto protagoniste due diciottenni fresche di acquisto di mutande da lanciare sul palco: nonostante gli accorati richiami, Flavio non se n’è accorto e loro, oltremodo irritate, hanno commentato: “Se non fosse un cantante, non se lo cagherebbe nessuno”. Tuttavia, aggiungo io, è romano e per tante come me l’accento è già una mezza conquista. Peccato che l’infelice battuta “Il Moscow Mule fa schifo, è da femmine” abbia decisamente raffreddato i miei bollenti spiriti, oltre ai commenti su Diletta Leotta che ha descritto come attraente e deficiente. Ovazioni dalla folla sessista.


Nonostante lo scheletro elettronico dell’album, il gruppo suona con basso, batteria, chitarra, talento e virtuosismo tecnico. Prevedibilmente, hanno suonato tutte le canzoni dell’album, considerato che è anche l’unico per il momento, oltre a una cover a sorpresa di La musica non c’è che ha scaldato ulteriormente gli animi. I pezzi erano drammaticamente identici a quelli su disco e, sebbene molti gradiscano ascoltarli dal vivo in una veste insolita, la fanatica delle strofe ripetute a memoria non poteva chiedere di meglio. Su Zucchero filato è partito il pogo che non ti aspetti e che mi ha fatto tornare quindicenne: adorabile. Meglio così, traccia uscita da pochi giorni, è stata suonata in versione acustica ed era ancora più bella.
Comprendo lo scetticismo degli amici cresciuti con Dente, Afterhours, Zen Circus e Brunori Sas, artisti al cui repertorio non manca sensibilità politica e sociale e una dimensione intima espressa attraverso sentimenti maturi, profondi, delicati. Amici che assistono all’esplosione di una nuova scena di giovanissimi più pop (nel senso letterario del termine) e più scaltri a guadagnarsi i favori dei coetanei nel giro di qualche mese; la linea che distingue la prima fase musicale dalla seconda è nettamente marcata. Tuttavia, credo che i testi di un gruppo come Gazzelle abbiano una lettura superficiale che parla di persone rimpiante, follie giovanili, storie finite e serate alcoliche in cui tutti possiamo riconoscerci (e di cui constatiamo anche i limiti), un’altra più intima in cui l’autore parla del suo vissuto con versi ermetici a cui servirebbe una personalissima parafrasi. Della serie: parlo dei fatti miei che però non voglio spiegare (Dente dixit).


Questo aspetto mi piace molto. L’inganno a mio parere, per un pubblico sciocchino e romantico tipico di un’epoca di relazioni fatue e fallimentari, è quello di prendersi delle crash pericolose per chi sa esprimere la stessa frustrazione in musica, cantanti trasgressivi ma malinconici che hanno lasciato il cuore e tutto il resto ai piedi di qualche stronza partita per Medellín. E’ facile immaginare tutto quello che abbiamo bisogno di trovare in questi personaggi, ma ho imparato a mie spese che la sensibilità artistica difficilmente coincide con quella umana.
Dopo Non sei tu, il gruppo è rientrato per suonare il bis di Nero e ci ha mandati tutti a casa, mentre ragazzini tenerelli mandavano vocali per fare colpo sull’amichetta. Tiepidine le reazioni degli amici rimasti molto, molto indietro rispetto alla folla, travolgente il fiume di parole che li ha investiti al mio ritorno dalle prime file, che è anche l’unico modo in cui godo appieno del concerto: stare davanti, completamente sola, in balia degli umori dei fans. Sono due giorni che canticchio Sono stufo di andare a ballare nel solito posto di merda, con buona pace del fidanzato schifato rimasto (con somma gioia): ancora una volta, una passione destinata a consumarsi in solitaria.

sabato 2 dicembre 2017

Cambialò: il potere terapeutico del riordino

Da qualche anno il minimalismo giapponese e l'influenza del liberarsi degli oggetti sulla nostra psiche è oggetto di numerosi saggi. Sto leggendo Fai spazio nella tua vita di Fumio Sasaki e ho in programma di farmi prestare Il magico potere del riordino di Marie Kondo. Tuttavia, per qualche misterioso istinto animale, fin da adolscente fare ordine e selezione nelle mie cose è sempre stato decisivo per ritrovare un equilibrio in momenti stressanti o emotivamente pesanti: mi liberavo di vecchi quaderni, qualche vestito che non mettevo più e tornavo a respirare a fondo, sentendo di aver lasciato a terra una zavorra inutile e opprimente. Ecco perchè sono contenta di condividere il mio approccio alla ricerca dell'essenziale con chi potrebbe averne bisogno: è frutto della mia personalissima esperienza ed ecco perchè gli ho trovato un nome altrettanto personale!
Ho deciso di dedicare questo post al riordino del guardaroba, ma sono convinta che il sistema funzioni con qualsiasi categoria di oggetto, opportunamente adattato..


Il momento ideale per cominciare
Senza dubbio il cambio di stagione, perchè so cosa ho indossato e cosa ho lasciato nell'armadio nel periodo appena trascorso. Ma funziona molto bene anche quando sento di essere pronti a cambiare, a cambiare pagina, a lasciarmi alle spalle un periodo difficile. Quindi tiro fuori gli scatoloni da parcheggiare nell'armadio a soppalco e vi sistemo i vestiti dopo averli sottoposti a un'accurata selezione..

Dividere in categorie
Mi aiuta a scegliere più velocemente una destinazione d'uso: a sinistra del letto quello che decido di tenere, al centro quello che ha bisogno di una ripassata dal sarto o di una tinta, a destra quello che non terrò più.

Aiutarsi con alcune domande

1 L'ho messo abbastanza?
E' quella fondamentale: se ho indossato qualcosa meno di tre volte in tutta la stagione, a meno che non sia un capo davvero eccentrico o particolare, significa che difficilmente lo metterò ancora ed è ora di darlo via.

2 Mi dà gioia?
Non ho ancora letto il saggio della Kondo, ma l'ho conosciuto grazie alle nuove puntate di Gilmore girls, dove Emily faceva razzia dei suoi oggetti chiedendosi se le davano gioia e realizzando che accumulare e spendere migliaia di dollari non l'aveva granchè aiutata a sentirsi più felice. E' un concetto che mi è piaciuto molto e ho fatto mio, grazie a cui ho capito che non ha senso rimanere attaccata a qualcosa che non mi restituisce bei ricordi o sensazioni positive. Se qualcosa non mi fa battere il cuore (a meno che non sia davvero utile), me ne libero.



3 Mi sta bene?
Il concetto del Lo tengo per quando mi entrerà frega un sacco di gente, me compresa qualche volta. Ultimamente mi sono accorta di come sia frustrante vedere appesi un paio di jeans taglia 38 che mi andavano a 22 anni e parcheggiati in attesa di perdere due taglie: ho 10 anni di più, non ho più il corpo di una tardo-adolescente ma quello di una donna adulta e il realizzarsi di quel desiderio mi impedisce di godermi il qui e ora: le mie forme per quello che sono, i pantaloni che metto con piacere, le conquiste della maturità che ho faticosamente guadagnato. Perchè disprezzare me stessa per aver mancato l'obbiettivo di pesare cinquanta chili e rimproverarmi ogni volta che apro l'armadio, quando posso godermi quello che sono diventata mentre mangio biscotti al cioccolato? Via i vestiti che ci fanno sembrare cotechini sull'orlo dell'esplosione o con cui non ci sentiamo a nostro agio! Non ci aiutano ad essere determinate, ci ricordano solo quanto siamo fallite.

4 Si accorda con il mio stile?
Ricevo molti vestiti usati in regalo e li metto quasi tutti volentieri; spesso ho voglia di indossarli anche se non esprimono esattamente il mio stile, perchè sono molto belli. Non so come funzioni per le persone dotate di maggior passione e gusto per la moda, ma trovo difficile abbinare qualcosa se non c'entra niente con quello che ho nell'armadio e, soprattutto, dal momento che ho voglia di fare cose più interessanti che spendere pomeriggi a cambiarmi, non ne me frega niente. Un bustino blu supersexy può essere terribilmente affascinante, ma se indosso sempre capi comodi e sportivi, gli concedo un tempo limite alla fine del quale lo faccio fuori. Stesso discorso vale anche per chi conserva con cura capi di dieci anni prima, innegabilmente forieri di piacevoli ricordi ma anche totalmente fuori moda. Magari torneranno di moda, ma chi ha lo spazio per assecondare i capricci delle tendenze in arrivo?

Farsi aiutare da un amico
Qualcuno che non ha legami affettivi con quegli oggetti e può consigliare con la razionalità che occorre, un po' come succede nelle relazioni. Io adoro partecipare alla selezioni di amici e parenti, che non sanno se rallegrarsi per il contributo o allarmarsi per il fanatismo sul tema. Senza contare che diventa molto più divertente.

Destinare quello che si elimina
Nel saggio di Sasaki si parla in continuazione di buttare via e io trovo sia un messaggio totalmente sbagliato, specie di questi tempi. Si può dare una nuova vita agli oggetti in così tanti modi che è stupido produrre tanta spazzatura solo per pigrizia o per incapacità di trovare soluzioni. Eccone alcune:
-Mercatini dell'usato (adorabile invenzione che sta esplodendo negli ultimi anni, permette anche di guadagnare qualcosa).
- Caritas (o associazioni analoghe che raccolgono vestiti smessi ma in buono stato. Vorrei insistere sul concetto di buono stato perchè ho visto gente destinare abbigliamento sporco e distrutto senza alcun rispetto per chi la riceve. Può capitare di trovarsi i capi gentilmente donati sui banchi del mercato e scandalizzarsi: la Caritas ha spiegato che si riserva di fare una selezione dei capi migliori per la vendita e utilizzare gli utili per altre forme di sostegno sociale).
-Gruppi di quartiere: nati spontaneamente su Facebook e consolidatisi velocemente come solide realtà , permettono di vendere, comprare e regalare tra persone della stessa zona o della stessa città a prezzi ragionevoli. Non so come avrei fatto a sbarazzarmi di tanta roba in tempo zero, per fortuna esiste sempre gente disposta a possedere qualsiasi idiozia. E' anche l'occasione per fare simpatici incontri.
-Desbarassu: ne avevo già parlato qualche anno fa a proposito di solo Dio sa cosa. Con alcune amiche lo abbiamo inventato qualche anno fa e ogni stagione portiamo avanti la tradizione per liberarci delle nostre cose tramite un'asta piena di colpi di scena, dove l'abilità sta nel vendere con scaltrezza il proprio oggetto.


Liberarsi dei regali
Volersi liberare dei regali fa sentire tutti piuttosto colpevoli. Io dico: una volta che ho tenuto un periodo ragionevole l'oggetto ricevuto, ha esaurito la sua missione e può rendere felice qualcun'altro. Non dobbiamo essere puniti perchè non siamo in grado di apprezzare qualcosa che, per motivi diversi, non è fatto per noi e non ci aiuta in nessun modo. Le persone che intendono fare un dono dovrebbero mettere in conto che, a dispetto dei loro sforzi, può non piacere e convivere serenamente con questa realtà. Perchè tenere qualcosa che genera emozioni spiacevoli ogni volta che lo guardiamo e ce ne ricordiamo (senso di colpa, fastidio, fallimento, rabbia, etc)? I sensi di colpa non ci aiutano a essere riconoscenti verso le persone generose nei nostri confronti. Liberiamocene.

Assaporare il potere terapeutico
Tutte le volte in cui ne ho sentito il bisogno, ho aperto armadi, rovesciato librerie, svuotato cassetti, sezionato cartelle del computer. Eliminando quello che non ritenevo più importante, ho lasciato andare emozioni che non mi permettevano di sentirmi leggera, ragionare con facilità e relazionarmi agli altri con serenità. Ogni volta che finisco di distribuire oggetti e chiudo la pattumiera, mi sfugge un sospiro profondo e spontaneo: ricomincio a muovermi in uno spazio più libero, in un'emotività meno zavorrata da sentimenti inutili. Per non parlare di quanto rinunciare a rapporti malsani e rubatempo liberi energie che non pensavo di avere. Gli oggetti e le persone che non ci portano gioia ci impediscono di vivere una vita più semplice, cominciamo ora!

S.
p.s: una playlist per dimenarvi mentre fate spazio nella vostra vita?
Get up and dance!

giovedì 30 novembre 2017

One shot review: diario partigiano

Anno: 1956
Paese: Italia
Autore: Ada Gobetti
Genere: storico, biografico
Pagine: 442
Sinossi: la resistenza italiana dalla nascita del settembre '43 al trionfo dell'aprile '45, vissuta e narrata in prima persona dalla vedova di un'antifascista e madre di un giovane partigiano, che assieme a lui partecipa alla lotta.

Antifascismo e un personaggio femminile forte, questo libro mi è diventato subito caro. Scritto in un linguaggio molto semplice (tempestato di note buffe che spiegano termini di uso comune), potrebbe metterci qualcosa a buttare i lettori in prima linea, ma una volta conquistato il loro interesse è difficile rinunciare. Ho seguito con il fiato sospeso le avventure di Ada e degli amici partigiani, i rischi incredibili che correvano, le imprese in montagna e le speranze di mettere le basi per un paese migliore. Il coraggio dell’autrice è notevole, quasi commovente, come il suo altruismo; tuttavia, è soprattutto l’ottimismo, lo spirito allegro e battagliero dei personaggi di queste pagine a sorprendere. Conducevano vite difficili organizzando l’impossibile con pochi mezzi, eppure vivevano con forza e (più o meno consapevole) incoscienza, affrontando le perdite dei compagni con serenità, fiduciosi nell’avvenire che stavano costruendo. Mi ha profondamente emozionata: Ada Gobetti si è conquistata un posto tra i miei modelli di riferimento.

Non c'era in questi pensieri nessun sorriso d'umana consolazione: eran come l'arido scoglio inospitale a cui il naufrago disperatamente s'aggrappa benché le asperità lo feriscano e non consentan riposo. Non volevo, non potevo naufragare; e riuscii, pur nell'angoscia, a ricondurmi a un certo doloroso equilibrio.

domenica 12 novembre 2017

One shot review: la libreria del buon romanzo

Anno: 2011
Paese: Francia
Autore: Laurence Cossé
Genere: narrativa, giallo
Pagine: 402
Sinossi: due appassionati lettori decidono di aprire a Parigi una libreria insensibile alle novità, agli editori, ai rappresentanti, ma solo ai bei romanzi, scelti da una selezione anonima di otto scrittori francesi. L'idea ha successo clamoroso e insieme all'ammirazione si guadagna l'ostilità di misteriosi e violenti sabotatori.

Un soggetto insolito e sviluppato in maniera originale, con abili flashback narrativi che presentano una collezione nutrita di personaggi interessanti e caratterizzati con cura. L'intuizione di un manipolo di letterati in eroica difesa dei libri e degli scrittori che contano, incuranti al concetto di mercato commerciale, a mio parere incuriosice a sufficienza. Talvolta ho avuto la fastidiosa senzazione che a tratti i personaggi si riempissero la bocca di titoli come se elencassero frutta di stagione, una forma di snobismo intellettuale per cui comincio a grattarmi furiosamente. Le vicende amorose le ho trovate incitamenti al diabete coatto, ma sospetto ormai che sia un mio problema. Non mi ha spettinata come i venti della sera di De Andrè, ma non è stato affatto tempo perso.

Sono in molti a ospitare in sé qualcuno che non gli somiglia affatto, non trova?

lunedì 6 novembre 2017

One shot review: i dolori del giovane Werther

Anno: 1774
Paese: Germania
Autore: Johann Wolfgang Goethe
Genere: romanzo epistolare
Pagine: 160
Sinossi: il ventenne Werther in soggiorno a Wahlheim si innamora di Carlotta, già promessa sposa a un altro uomo. Per mesi confessa all'amico Guglielmo i suoi tormenti via lettera ma, incapace di affrontare le costrizioni piccolo-borghesi che costellano la sua vita e di sopportare un amore che non può avere altro sbocco se non l’infelicità, si suicida.

La scrittura è una vera gioia per gli occhi, lirica e ricca come solo i romanzi di secoli passati. Sulle prime nemmeno il protagonista mi dispiace, passionale e capace di cogliere il bello in ogni cosa come alle volte sono anch’io. Seguo con interesse le prime fasi del suo innamoramento, ma ben presto guadagno una certa distanza emotiva dai suoi drammi, disgustata dalla lagna infinita dell’amore non corrisposto e dal desiderio di morte. Mi mancheranno gli strumenti filosofici e letterari per capire la portata dei temi, di cui Thomas Mann mi dà spunto nel saggio finale, ma mi innervosisce indicibilmente la voglia di buttarsi via di chi soffre spasimando invano. Qui, del resto, se ne fa una ragione di vita e di morte e dal ridicolo e dal patetico che suscitano queste pagine realizzo quanto sia sorpassato l’amore romantico di fine settecento: annusare cento volte il nastro che lei ha toccato.. Lo facevo anch’io con la borchia del compagno di classe, a 15 anni. Non tollero queste sciocchezze sentimentali al doppio di quell’età. Vado avanti per inerzia, ridendo benevola di quel poveraccio. Mann in cinque pagine di riflessioni fa forse di meglio: butta lì che questo libro ha dato le basi alla rivoluzione francese per il disprezzo che Werther dimostra di nutrire per l’aristocrazia (ah! Haha!) e giustifica due aggressioni sessuali nel romanzo per disperato ardore, addossando metà della colpa alla vittime: la vedova per essersi lasciata andare a piccole concessioni e confidenze col suo garzone, Carlotta per aver eccitato la passione del protagonista facendosi baciare dal becco di un canarino! Ci sarebbe davvero di che compatire i letterati del settecento, se non fosse triste realizzare che i pennivendoli del ventunesimo secolo giustificano nello stesso modo violenze e femminicidi.

Qui mi trovo ottimamente: la solitudine mi è prezioso balsamo al cuore e questa stagione di giovinezza scalda con tutta la sua esuberanza il mio cuore che spesso rabbrividiva. Ogni albero, ogni siepe è un mazzo di fiori e si vorrebbe divenire un maggiolino per librarsi su questo mare di profumi e non vivere d’altro

mercoledì 25 ottobre 2017

Stand strong, stand proud: nuovi consigli sulla scena femminile

Un etichetta del blog rimossa per sbaglio sa essere una vera disgrazia, soprattutto se contiene 20 post su cui hai speso ore per parlare di periodi post-rottura, scena musicale femminile, depilazione e make-up, il tuo personale percorso nel femminismo e altre cose che già non riesci a ricordare. E' stato seccante da morire. Tuttavia, ho cercato di interpretarla anche da un altro punto di vista: rivedere quegli stessi temi alla luce della persona che sono diventata e delle opinioni che mi sono fatta rispetto a qualche anno fa, quando ho scritto quei post. Ecco perchè torno e tornerò ancora a discorrere di cose già viste, in maniera inedita oppure no: mi serve per capire quanto sono cambiata rispetto a pose e posizioni che mi sono fatalmente care, quanta grazia mi abbia portato la maturità degli ultimi anni.
Consiglierò qualche artista della scene femminile e siccome il tempo non è trascorso invano, anche loro sono una ventata d'aria fresca.  

Big Thief
Grande amore dell'estate passata, scoperti grazie alla playlist di un'altra artista, Frankie Cosmos, che mi ha portato in dono una valanga di pezzacci. Il gruppo è interamente maschile eccetto la straordinaria cantante e chitarrista Adrienne Lenker, testa rasata e voce di velluto. La loro Paul tocca corde che non mi toccava nessuno da un po'. Capivo qualche parola ma non afferravo il senso del testo per intero e così fantasticavo su una tormentata storia: ci sono amore e tormento, ma anche battesimi di fellatio staccati in macchina. Chi è che saprebbe rendere un episodio simile tanto romantico? Masterpiece è il secondo brano che preferisco dell'album omonimo del 2016, ma non riesco a trovarne uno solo in tutta la tracklist che mi lasci indifferente. E la copertina è fantastica.
Pezzi consigliati
Paul
Masterpiece
Parallels
Real love
Off you
Animals 
 

Mc Nill
La citazione finale nel post sul saggio di Paola Zukar era per un astro nascente del rap italiano: Mc Nill, al secolo Giulia Galli, che ho conosciuto grazie a un video in collaborazione con Cmdrp sullì'identità di genere e mi ha trascinata nella cotta lesbica che mi colpisce a cadenza quinquennale. Rime affilate come un coltello da cucina e una sensibilità di cui sento particolarmente la mancanza nel panorama italiano, i suoi sentimenti rovesciati sulle basi come una carrettata di freschissime rose. Mi piace davvero la sua capacità di coniugare l'autoreferenzialità e la retorica tipica del rap e la capacità di raccontare le emozioni più profonde, soprattutto quelle che la colpiscono nel personale e negli affetti. E' appena uscito il suo primo album Femminill, disponibile su Spotify. Quando riuscirò a vederla live, le dichiarerò tutto il mio amore.
Pezzi consigliati
Prenditi tutto
Cosa c'è sotto
Tutti i freestyle sul canale Youtube



Frankie Cosmos
Portata alla luce diversi anni fa grazie alle ragazze di Soft Revolution, ho ascoltato in loop l'album Zentropy decine di volte: etereo, strarilassante, mi alienava dal mondo per 18 preziosi minuti. Ultimamente ho ascoltato anche l'ep Fit me in e la nuova uscita Next thing e quella voce candida da post-adolescente mi ci ha fatta ricadere. I suoi pezzi hanno qualcosa per cui difficilmente so trovare aggettivi: la sua voce scivola come rollerblade da competizione su basi musicali scarne, dà voci a emozioni difficili con il più frivolo e delicato dei toni.
Pezzi consigliati
Tutto Zentropy
Young
Fool
Sand  

Missy Elliott
Sono grata alle rapper di tutto il mondo per riuscire a tenere testa e fare musica in un contesto chiuso, maschile e maschilista, in qualunque modo lo facciano. Detto questo, non posso che apprezzare alla follia quelle che riescono a farlo senza usare il corpo e porsi come un oggetto sessuale, come Mc Nill e Missy Elliott: nonostante la svolta super curata degli ultimi anni mi faccia storcere leggermente il naso, è  un grande riferimento per tutte quelle che non vogliono o non possono sculettare nell'obbiettivo di una cinepresa, a cui interessa farsi conoscere per quello che sanno fare. Grazie a mia sorella sono arrivata alla ganzissima Work it, il film Honey ha fatto il resto, con il cameo e un paio di pezzi in colonna sonora. Ultimamente ho riscoperto il potere catartico dei suoi brani più tamarri, niente mi fa dimenare così mentre lavo tutti i giorni montagne di piatti rimpiangendo una lavastoviglie. Peccato non escano nuovi album da più di dieci anni.
Pezzi consigliati
Work it
I'm really hot
Pass the dutch
Lose control
Hurt sumthin'
Back in the day

martedì 24 ottobre 2017

One shot review: gli anni- Annie Ernaux

Anno: 2015
Paese: Francia
Autrice: Annie Ernaux
Genere: biografico
Pagine: 276
Sinossi: romanzo autobiografico che intreccia la sua storia personale con quella collettiva, dalla Liberazione ai giorni nostri.

Ne ho sentito molto parlare prima di leggerlo e una certa aspettativa mi ha portata a rimanerne un po' delusa. E' un bellissimo racconto di vita, pieno di forza ed emozioni, la scrittura dell'autrice francese è formidabile e riesce a coinvolgere in settant'anni di storia recente e pulsante. Tuttavia, non condivido il clamore per uno dei libri cruciali del nostro tempo: mi sembra un'autobiografia splendidamente scritta, ma me ne ha ricordate altre che ho amato di più, in particolare quella di Simone de Beauvoir, più ricca di ottimismo e gioia di vivere. L'Ernaux dà l'impressione di vivere il suo tempo con un velo di malinconia che non la abbandona mai e mi contagia con disgusto.

Quando è attraversata da immagini di quella vita si chiede vorrei essere ancora là? Le piacerebbe rispondere di no, ma sa che la domanda non ha senso, che nessuna domanda ha un senso applicabile alle cose del passato

domenica 22 ottobre 2017

Amplificatore di energia contagiosa: Selton, Lo Stato Sociale, Tre Allegri Ragazzi Morti

Il pensiero dell'estate non mi abbandona considerate le temperature, così prima di lasciarla libera ai ricordi passati chiuderò in questo post i (pochi) concerti italiani che l'hanno animata.

Selton


Grazie alla complicità di un amico appassionato di musica indie, sono riuscito a trascinare con noi il mite Luca per fargli capire che la scena italiana sa intrattenere anche più allegramento di Giorgio Poi. Difatti i Selton sono piaciuti anche a lui: brasiliani e adorabili, suonano pezzi divertenti da ballare e da ascoltare, con una punta di samba nelle suole che è solo la loro. A digiuno di concerti da aprile a metà luglio, nell'opening della serata ho sfogato una voglia prepotente di stare in mezzo ai coetanei che solo la musica riesce a farmi tornare, e di ricambiare di cuore una simpatia irresistibile che dal palco si diffondeva. Ho conosciuto una canzone perfidamente ironica come Cuoricinici e ballato tutti i pezzacci dei loro dischi: Piccola sbronza, Qualcuno mi ascolta, Up to me, Voglia di infinito, Io voglio cambiare, Anima leggera. Grazie a questo concerto e a Spotify ho conosciuto tutte le altre e mi sono fatta trovare pronta alla nuova uscita Manifesto tropicale. Unici nel panorama indipendente italiano, ascoltateli.

Lo Stato Sociale


I più attesi della serata, aspettavo di rivederli da tre anni ma mi hanno divertita meno dei precedenti: avevo già male alle gambe, una giornata di lavoro sulle spalle e un'aspettativa troppo alta. Avevo voglia di sentire pezzi che adoro e che non hanno suonato: Piccoli incendiari non crescono, Quello che le donne non dicono, Senza macchine che vadano a fuoco, Ladri  di cuori col bruco. Quello che apprezzo tantissimo di questo gruppo, oltre all'intelligenza combinata a una demenzialità che mi fa piegare, è l'impegno politico. Si fa presto a rispondere che sta solo nelle canzoni: sfido a trovare un altro gruppo della stessa scena che fa altrettanto. Sentirli salutare gli amici del centro sociale Pinelli, ricordare Carlo Giuliani e la resistenza in un lungo intermezzo che ha scoglionato diversi spettatori è stato emozionante (e ha confermato a Luca che non era del tutto tempo buttato via). Qualcuno riempa altre piazze con gli stessi testi, se ci riesce.


Il nuovo album non mi ha convinta e suonarlo dal vivo non mi ha fatto cambiare idea (i pezzi romantici in testa,) anche se ormai cantano tutti e si sono ripresi il centro dell'attenzione che è sempre stato di Lodo. Ciononostante, sono riusciti a farmi stare allegra e scatenata per tutto il tempo.
Il finale è stato all'altezza del solito finale allo Stato Sociale che aspetti impaziente: Cromosomi, palloni giganti sulla folla e un'esplosione di coriandoli su strofe ripetute all'infinito.


Tre Allegri Ragazzi Morti


Un mese dopo, nella location tutta particolare dei giardini di plastica a Genova che ancora non conoscevo. E' un peccato che un posto simile non sia sfruttato per farci un sacco di cose interessanti e venga lasciato all'abbandono più completo dopo l'estate. Ero in compagnia di Francesco, l'unica spalla tra le mie conoscenze per questi concerti, che in quei giardini ha trovato l'amore. Era passata una vita dall'ultima volta con i TARM, quasi sette anni: credo davvero di essere cresciuta nel frattempo e che non abbiano più molto in comune con quello che cerco nelle canzoni. Sempre coinvolgenti sul palco,  ma nei testi non trovo più niente che parli di me e di quello che sto vivendo. E poi mettiamoci anche che non accetto che gente che vedi e ascolti da anni possa invecchiare. Se non fosse stato per la compagnia, parecchia noia. L'unica emozione che mi ha scossa è La tatuata bella cantata in finale con il pubblico in acustico, che solo da qualche anno è diventato un pezzo che mi fa impazzire canticchiare sotto la doccia o sottovoce all'indirizzo dei nuovi datori di lavoro.


L'autunno porterà artisti molto interessanti da queste parti: Gazzelle, Coez e Giorgio Poi, tutti al Crazy Bull di Sampierdarena che si candida come nuovo polo per la scena indie italiana. Carivoi, speriamo proprio!
S.

domenica 1 ottobre 2017

One shot review: l'interpretazione dei sogni- Sigmund Freud

Anno: 1899
Paese: Austria
Autore: Sigmund Freud
Genere: saggio, psicoanalisi
Pagine: 640
Sinossi: lo psicalista austriaco nel suo saggio più conosciuto esplora la dimensione onirica, fino a quel momento relegati ai margini degli interessi psicologici, e grazie all'analisi di decine di sogni anche personali, afferma l'idea rivoluzionaria per l'epoca che il sogno sia la manifestazione privilegiata per indagare quello che da allora chiamiamo inconscio, oltre a uno strumento fondamentale di terapia.

La mia curiosità per i sogni è cosa di lunga durata, con cui dò da pensare ad amici e conoscenti.. Questo ponderoso volume ha saputo soddisfarla in un'intera, lunghissima estate di seicento pagine. La prima parte considera una panoramica di teorie sui sogni che ho trovata verbosa, poco interessante; la seconda è dedicata all’analisi di decine di sogni dell’autore e dei suoi pazienti, è in effetti quella da cui imparo qualcosa e che mi affascina moltissimo: certo per interpretare il garbuglio del mio panorama onirico avrei bisogno di Freud seduto sul mio divano, ma il saggio offre interessanti chiavi di lettura. Le ultime duecento pagine sono psicanalisi pura e mi uccidono, le leggo come si mangia un sacco di farina davanti a chi ti ha invitata a cena: con devozione, senza ricavarne granchè. Certo è ossessionato dal sesso, anche in materia di sogni lo considera la fine e l’inizio di tutte le cose e ha un’opinione delle donne sconsolante, come la quasi totalità del genere maschile alle soglie del novecento.. Tuttavia, conquista la mia simpatia con il suo approccio narrativo da dottore rassicurante, amichevole e qualche aneddoto vince tutte le mie resistenze: per esempio, quando non trova la sputacchiera e scatarra per le scale, suscitando le furiose cazziate della donna di servizio!

Nel sonno ritorniamo a ai nostri antichi modi di guardare le cose e ai nostri antichi sentimenti verso di essi, ritorniamo a impulsi e attività che ci hanno a lungo dominati.

domenica 13 agosto 2017

One shot review: rap, una storia italiana- Paola Zukar

Anno: 2017
Paese: Italia
Autore: Paola Zukar
Genere: saggi, musica
Pagine: 288
Sinossi: l'autrice ripercorre il suo percorso di appassionata e professionista di musica rap e racconta gli ultimi dieci anni della scena italiana, guidati da Fibra, Marracash e gli altri dall'underground al mainstream.

Avrei dovuto dubitare già dalla quarta di copertina, invece ho deciso di comprarlo confidando in un'altra Storia ragionata dell'hip hop italiano.. Il problema di questo saggio è l'invasiva opinione dell'autrice. Sorvolando sull'uso di paroloni da saggio di attualità sociale confortate da una sintassi zoppicante, apprezzo e rispetto la lunga militanza e conoscenza della Zukar di questa scena, ma c'è un conflitto di interessi imbarazzante: è la produttrice di Fibra, Marracash, Clementino, rapper che hanno più a che fare con i soldi che con la genuinità del genere. Per tutta la narrazione tenterà di difendere la scelta commerciale di questi artisti, senza convincermi mai. Le hanno fatto fare un sacco di grano e mi aspetto eccome che li presenti come gli eroi del rap popolare, ma chi pensa che possa abboccare? Paragona Marracash, Noyz Narcos e Gué Pequeno a Bukowski o Henry Miller (??) e definisce Fibra un grande scrittore morale: forse bisognerebbe spiegarle che tutte le troie, le puttane e le ragazze facili che popolano i suoi testi non ne fanno un raffinato osservatore del nostro tempo. La chiama denuncia sociale, ma ha mai provato a sentire come la fa Caparezza, senza cadere in volgari e vigliacche accuse alle donne, alla comunità lgbt, alle persone sovrappeso? Del resto, da una che definisce il sessismo in questi testi allusioni sessuali e liquida tutto il discorso accusando un sedicente movimento femminista, cosa ti aspetti? E poi la chicca finale: il suo consiglio alle ragazze è fare le manager! Cioè, non è perchè tu hai così poca stima di te stessa e non hai provato a forzare i confini di una scena maschile e maschilista che bisogna andarti tutte dietro. Mc Nill a trent'anni di meno ti spacca il culo!

E qui vorrei scrivere un passaggio dedicato alle ragazze: fatevi avanti come manager se vi appassiona il campo musicale. Affiancateli con la vostra passione e cercate di farli crescere. Le ragazze hanno alcuni tratti caratteriali fondamentali per il management: la disposizione alla mediazione, la capacità di portare a casa un risultato anche quando le condizioni sono totalmente sfavorevoli, la capacità di provare un'empatia particolare verso il proprio team che va al di là della realizzazione egoistica e personale. Tutti questi punti dimostrano che le ragazze possono avere un ruolo centrale rispetto all'attitudine dei ragazzi che è spesso più individuale. Molti ragazzi sono disposti ad ascoltare ed eventualmente cambiare opinione se è il caso, se le ragazze dimostrano di avere in testa un quadro completo che mette in luce più angolazioni e soluzioni di fronte a un problema da risolvere assieme. Credo sinceramente che questo sia il miglior completamento per entrambi in un mondo che oggi fa davvero fatica a ricreare un equilibrio professionale tra uomini e donne.