domenica 13 agosto 2017

One shot review: rap- Una storia italiana

Anno: 2017
Paese: Italia
Autore: Paola Zukar
Genere: saggi, musica
Pagine: 288
Sinossi: l'autrice ripercorre il suo percorso di appassionata e professionista di musica rap e racconta gli ultimi dieci anni della scena italiana, guidati da Fibra, Marracash e gli altri dall'underground al mainstream.

Avrei dovuto dubitare già dalla quarta di copertina, invece ho deciso di comprarlo confidando in un'altra Storia ragionata dell'hip hop italiano.. Il problema di questo saggio è l'invasiva opinione dell'autrice. Sorvolando sull'uso di paroloni da saggio di attualità sociale confortate da una sintassi zoppicante, apprezzo e rispetto la lunga militanza e conoscenza della Zukar di questa scena, ma c'è un conflitto di interessi imbarazzante: è la produttrice di Fibra, Marracash, Clementino, rapper che hanno più a che fare con i soldi che con la genuinità del genere. Per tutta la narrazione tenterà di difendere la scelta commerciale di questi artisti, senza convincermi mai. Le hanno fatto fare un sacco di grano e mi aspetto eccome che li presenti come gli eroi del rap popolare, ma chi pensa che possa abboccare? Paragona Marracash, Noyz Narcos e Gué Pequeno a Bukowski o Henry Miller (??) e definisce Fibra un grande scrittore morale: forse bisognerebbe spiegarle che tutte le troie, le puttane e le ragazze facili che popolano i suoi testi non ne fanno un raffinato osservatore del nostro tempo. La chiama denuncia sociale, ma ha mai provato a sentire come la fa Caparezza, senza cadere in volgari e vigliacche accuse alle donne, alla comunità lgbt, alle persone sovrappeso? Del resto, da una che definisce il sessismo in questi testi allusioni sessuali e liquida tutto il discorso accusando un sedicente movimento femminista, cosa ti aspetti? E poi la chicca finale: il suo consiglio alle ragazze è fare le manager! Cioè, non è perchè tu hai così poca stima di te stessa e non hai provato a forzare i confini di una scena maschile e maschilista che bisogna andarti tutte dietro. Mc Nill a trent'anni di meno ti spacca il culo!

E qui vorrei scrivere un passaggio dedicato alle ragazze: fatevi avanti come manager se vi appassiona il campo musicale. Affiancateli con la vostra passione e cercate di farli crescere. Le ragazze hanno alcuni tratti caratteriali fondamentali per il management: la disposizione alla mediazione, la capacità di portare a casa un risultato anche quando le condizioni sono totalmente sfavorevoli, la capacità di provare un'empatia particolare verso il proprio team che va al di là della realizzazione egoistica e personale. Tutti questi punti dimostrano che le ragazze possono avere un ruolo centrale rispetto all'attitudine dei ragazzi che è spesso più individuale. Molti ragazzi sono disposti ad ascoltare ed eventualmente cambiare opinione se è il caso, se le ragazze dimostrano di avere in testa un quadro completo che mette in luce più angolazioni e soluzioni di fronte a un problema da risolvere assieme. Credo sinceramente che questo sia il miglior completamento per entrambi in un mondo che oggi fa davvero fatica a ricreare un equilibrio professionale tra uomini e donne. 

sabato 29 luglio 2017

One shot review: autobiografia involontaria


Anno: 2017
Paese: Italia
Autore: Maurizio Nichetti
Genere: biografia, cinema
Pagine: 240
Sinossi: vita e vicessitudini nel mondo dello spettacolo del regista e attore teatrale Maurizio Nichetti.

Ho incontrato Nichetti al Premio Quiliano Cinema e mi sono emozionata scambiando con lui qualche parola mentre firmava il libro. Nonostante mi piacciano i suoi film teneri e assurdi, l'esperimento autobiografico mi ha molto delusa. Ci sono aneddoti divertenti, la sua vita è interessante e il mondo delle spettacolo che emerge da queste pagina incuriosisce e merita di essere raccontato. Quello che ha messo a dura prova il piacere della lettura è la tentazione della nostalgia, che qui è praticamente un diluvio a getto continuo: nostalgia di persone, film e stili di vita, ma soprattutto della società e della gente in cui hanno abitato la vita e il lavoro di Nichetti, che non può che tradursi in uno sputo feroce a questi anni: il mondo dello spettacolo, il cinema e la televisione, i giovani e la tecnologia, l’autore non ha retto ai cambiamenti di nessun aspetto del mondo. La sua rassegnazione arrabbiata mi ha intristita molto. Nonostante gli studi, il genio e la creatività, gli anni nello spettacolo, mi è sembrato di sentire parlare una persona vecchia e stanca, arresa a un presente che non apprezza e un filino moralista.

Ho sempre ritenuto inutili le autobiografie. Spesso servono a togliersi sassolini dalle scarpe, sono auto celebrative e nemmeno tanto verificabili. Io non lo scriverò mai un libro, mi dicevo

domenica 9 luglio 2017

One shot reviews: la porta- Magda Szabò

Anno: 1987
Paese: Ungheria
Autrice: Magda Szabò
Genere: narrativa
Pagine: 247
Sinossi: l'autrice racconta di un rapporto impossibile con una donna impossibile: quella di servizio in casa sua.

Regalo della zia prediletta, con cui condivido la passione per la lettura, apprezzo la scrittura abile e foriera di dettagli, detesto la caratterizzazione delle protagoniste: la domestica, che ama solo in modo eletto e sotterraneo e riserva il suo disprezzo a chiunque, compresi gli oggetti di questo amore; la scrittrice, impegnata a sobbarcarsi le fatiche fisiche ed emotive di tutti e ciononostante continuamente in difetto, in colpa, in rimorso e in rimpianto. Quello che odio di me e degli altri non posso tollerarlo nemmeno nella fantasia delle letteratura. I toni tragici che da un certo punto in poi la storia assume cadono nel ridicolo per l'importanza che la comunità attribuisce a un personaggio insopportabile, incapace di gentilezza, tatto e rispetto delle opinioni altrui. Mi rendo conto che il mio è un limite che mi impedisce di appassionarmi al romanzo, nonostante riconosca all'autrice una storia originale nello sviluppo e nei sentimenti, narrata con grande capacità espressiva.

Avrei voluto scrivere, ma la tensione creativa è uno stato di grazia, dolce e amara al tempo stesso, occorrono molte condizioni perché si verifichi, eccitazione e calma, pace interiore e passioni stimolanti, tutte cose che in quel momento mi mancavano

martedì 30 maggio 2017

A fistful of movies: 10 film in tre tentativi di seduzione

Buongiorno gente,
l'ispirazione per questo post l'ho presa da un video estenuante in cui una manciata di appassionati di cinema su Youtube spiegavano in poche battute quali fossero i 100 film che valga la pena vedere.
Dal momento che amo il cinema e ho un penchant per la sintesi, ci provo anche io alla mia maniera: 10 film e tre tentativi per sedurvi. Tenetevi forte perchè c'è roba che scotta.

La cena dei cretini
1 Ideale da guardare con chiunque, fa ridere tutti
2 Ferocemente antiborghese e antintellettuale
3 Se vi intrippate, vi rimane ancora lo spettacolo teatrale e la versione americana


Film d'amore e d'anarchia
1 L'accento della Melato stacca l'accento dai muri
2 Le puttane sono adorabili
3 Giancarlo Giannini è il rivoluzionario più tenero del cinema italiano


Ciao ma'
1 Se siete fanatici di Vasco, è il vostro film
2 La cafoneria dei personaggi conquista anche chi lo odia a morte
3 Nonostante la trashata, strappa il cuore


Supersize me
1 Lo butta in culo a McDonald's
2 Fa sdraiare
3 Salva le mucche!


Dalle 9 alle cinque orario continuato
1 La colonna sonora di Dolly Parton
2 Di grande conforto a chi detesta il proprio capo
3 Le mirabili prove di solidarietà femminile

Airheads
1 Una rock band sfigata con Steve Buscemi e Adam Sandler
2 Un frasario stolido ma irresistibile
3 Rock 'n' roll, assalti alle radio e mitra giocattolo


Allegro ma non troppo
1 Un Fantasia all'italiana che se ne infischia di Disney
2 Una scanzonata introduzione alla musica classica
3 Disegni bellissimi, colore fantastici, fantasia sfrenata


La mia vita è un disastro
1 Se avete amato i film di Louise Rennison, non potete perdervelo
2 Tornare quindicenni per un'ora e mezza
3 Le trashate adolescenziali che fanno scompisciare

 

Due vite per caso
1 Il trip delle vite parallele
2 Un locale chiamato Aspettando Godard
3 Due o tre suggestioni su come funzionino le forze dell'ordine in Italia


Le ragazze di Piazza di Spagna 
1 Aww, Renato Salvatori! Che ve lo dico a fare?
2 Un ritratto intenso della gioventù romana negli anni cinquanta
3 Non è male oggi potersi sbaciucchiare per la via senza rischiare denunce per atti osceni

Mi piacerebbe replicare quest'episodio per cinefili, magari con una manciata di film che oggi eviterei come la peste.. Ma il lavoro incombe (finalmente?) sulla mia estate e dovrò decidere cosa fare del poco tempo che mi rimarrà per vivere. Statemi bene, juagliò!
S. 

venerdì 5 maggio 2017

"Musica del cazzo che ascolti solo te": Giorgio Poi LIVE

Buongiorno indiepatici,

a grande (?) richiesta, torno a scrivere di concerti per raccontarvi quello di Giorgio Poi a Genova, chitarrista jazz trapiantato a Londra al suo esordio con l'album Fa Niente (Bomba Dischi), grazie a cui ha calamitato una buona dose di curiosità, e ha fatto del look nerd una disaffezione alle regole dell'apparire. L'ho conosciuto qualche mese fa grazie alle cover di Asia Ghergo e al testo sgangherato e vitale di Tubature: quando ha reinterpretato il secondo singolo, Niente di strano, ero già cotta marcia. Grazie a questo live, sono riuscita ad appassionarmi al resto dell'album e mi sono riconciliata con la musica indipendente italiana. Niente male per una serata al porto antico!


Partiamo dal principio: la compagnia. Considerato lo scetticismo generale rispetto al personaggio e alla musica (per non dire che mi hanno sfottuta in coro), ho trascinato Luca con la scusa del regalo di compleanno. Immaginare il suo entusiasmo nel guidare fino a Genova per guardare un concerto di un tizio misconosciuto la sera di Real Madrid-Barcellona è un è piacere che lascio a voi.
Il Supernova è un festival organizzato da uno stronzo misogino ma, ahimè, anche l'unico evento indie di queste parti. Ad aprire la serata c'erano i Gomma, 4 ragazzi salernitani troppo cupi e distorti per i miei gusti: ho approfittato per mangiare un'insalata greca. Abbiamo trovato posto sotto il palco senza faticare, la gente era poca, e in un inferno di luci rosse Giorgio ha esordito con i suoi mitici maglioni sfigati e con Paradute, che suona come un malinconico elenco di inutili acquisti. Ha proseguito con un pezzo strumentale prima di farci un sorriso e salutare. Dalle interviste mi era parso timido e schivo o forse mi piace immaginarmelo così, ma non ero la sola: ogni parole era accolta da fischi di incoraggiamento.
Ho conosciuto l'album praticamente quella sera e non poteva esserci modo migliore: nonostante Giorgio non sia un fan delle canzoni da spiaggia, dal vivo suonavano tutte più allegre e spensierate di quanto non facciano su Spotify, complice un batterista che tarellava come se non ci fosse una domani e che mi ha assolutamente rapita. Al bassista non avrei dato più di 15 anni, ma il centro della scena se lo prendeva lui, con l'intensità con cui si piegava sul microfono e cantava con una voce per cui non esistono aggettivi, ma di cui è semplicissimo innamorarsi.


Oggi il cantautorato italiano è come il socialismo negli anni settanta: in espansione. C'è spazio di espressione per tutti. Io che molto chiedo ai testi, mi sono trovata troppo spesso annoiata da una tristezza pateticamente compiaciuta, oppure delusa da storie di una banalità imbarazzante. Quello che ho apprezzato di Giorgio Poi è l'originalità: del timbro, delle idee, del sound, di quello che succede nelle sue canzoni. Racconta di cose che non voglio necessariamente essere comprese, o definite, ma piuttosto immaginate nei cinefilm mentali dei nostri trip. Leggono la realtà con sarcastica intelligenza e uno sfondo confuso ma potente di nostalgia: lo squallore urbano, i progetti di fuga, le vacanze come vengono, la volontà di difendersi, le separazioni dopo tanta condivisione, tanta complicità. Le canzoni sono episodi poetici che si prestano alla parafrasi di ogni ascoltatore, ermetici e sfocati come il Dente degli inizi.
E io di chi dimostra sensibilità espressiva mi sono sempre innamorata, nonostante le fregature dei personaggi che stanno dietro alla penna: Federico Fiumani, D'Annunzio con La pioggia nel pineto, Freud con L'interpretazione dei sogni. Come potevo rimanere indifferente a un poeta fresco, notturno e urbano come Giorgio Poi?


E poi era una vita che non vedevo un concerto italiano, avevo dimenticato della gioia straripante di fare e ascoltare musica, stare in mezzo a venticinquenni che fanno battute sceme e cantare e saltare totalmente fuori luogo sopra pezzi lenti, per festeggiare l'attacco che hai sempre aspettato. Mi è venuta voglia di vederne altri ed essere indulgente con chi ho scartato su disco. Asia Argento anni fa diceva che ai concerti si rompe i coglioni, preferisce ascoltare i cd da casa: ecco, io tifo ancora per la vecchia scuola, quella degli intermezzi strumentali di percussioni furiose che non ti aspetti a un concerto melodico.
Anche portarsi dietro fidanzati un poco scoglionati ma tanto pazienti è una fonte di divertimento, soprattutto se a forza di sentirtela cantare sotto la doccia pure lui intona Con la felpa blu e le scarpe da ginnastica a madonna sul divano. 
Ma soprattutto, farò un fun club per tutti gli ah ha ha, i uuuh e pure gli oh nooo delle sue canzoni. Bisognerà dirgli che Dente sull'onomatopea ha costruito la sua fortuna.
Dopo Niente di strano e Tubature in atmosfera da accendino alla 883, mi aspettava la deliziosa maglietta colorata e Le Luci della Centrale Elettrica. La gente è raddoppiata e l'entusiasmo generale per il tizio barbuto che cantava versi incomprensibili ha lasciato Luca di sasso. Sapevo che non avrebbe retto oltre e ci siamo avviati all'uscita, ma prima ha pinzato Giorgio tra la folla e, memore del mio trauma da foto con l'artista, gli ha chiesto di posare con me.
Certo Giorgio mi ha conquistata, ma lui sa come rimanere primo nel mio cuore. Al prossimo concerto, spero quanto prima!
S.

martedì 11 aprile 2017

Spring awakening: recensioni veloci per lettori di fretta

Amici e amiche!
Manco da un pezzo, la vita sa essere una merda di questi tempi. Negli ultimi giorni ho avuto prova dell'affezione di un paio di amici per i miei blog, che mi ha sorpresa ed estremamente lusingata (non succede spesso, devo dire). Soprattutto, mi hanno fatto notare che le mie recensioni cinematografiche funzionano perchè sono veloci: nessuno ormai, salvo che a scrivere non sia Clio Make Up o Chiara Ferragni, ha voglia di sciropparsi paginate di elucubrazioni mentali.
Perciò torno con un post che programmo da tempo e lo snellisco un po'. Che terapia eliminare il superfluo in ogni campo della vita! Via, recensioni lampo di letture più o meno recenti. Giacchè negli ultimi mesi non leggo veramente un cazzo.

E. L. James- 50 sfumature trilogia
Avevo voglia di frivolezza: qui c'era tutta quella che potessi desiderare. Anastasia è semplicemente insopportabile, una capsula Petri di nevrosi e stereotipi; la costruzione di personaggi estremi a tutti i costi, in ogni aspetto della vita fa venire la psioriasi, la rappresentazione di genere è insultante per la mia intelligenza e quella di tutte le altre. Ha però il pregio di parlare alla 12enne che sonnecchia in me, eccitata dal protagonista protettivo ai limiti della compresione umana, perennemente in fregola e in erezione, matto come un setaccio. 

Simone De Beauvoir- Autobiografia in 4 volumi
Me ne sono innamorata praticamente per tutto: gli eventi e le emozioni di una vita straordinaria, gli/le intellettuali incontrati/e, la scrittura leggera, elegante e attenta ai dettagli, l'ardore delle avventure e l'amore per l'esistenza, l'evoluzione politica e culturale francese attraverso 70 anni. Mi ha fatto conoscere e amare Sartre. 

Episch Porzioni- Amy Winehouse fino alla morte-
Biografia di un amico che mi è rimasto caro a distanza di anni. L'ultima volta che l'ho visto mi raccontava che l'aveva scritto in fretta e furia per farlo uscire a pochi giorni dalla morte. Peccato manchi la satira che ha reso irresistibili i libri precedenti, senza contare che l'empatia per chi muore di overdose non l'ho mai capita.  
  
Gina Lagorio- Inventario
Gina Lagorio moriva nell'estate 2005, a settembre io cominciavo l'università: quella Palazzina Lagorio sarebbe diventata la parola in codice per ritrovarci tra compagne in facoltà. La ritrovo anni dopo, per caso, sul dorsino di un libro in biblioteca. Scrittrice piemontese ma savonese d'adozione, amica di Camillo Sbarbaro, mi piace come racconta la sua vita di donna di intellettuale e di sinistra, ma sopratutto del lembo di terra tra mare e montagne dove vivo.

Lorenzo Cherubini- Gratitude
Da quando Luca (a cui neanche piace) mi ha passato l'intera discografia, mi sono lanciata nello studio del microcosmo Jovanotti e questa autobiografia si fa leggere volentieri, snella e veloce. Trovo stupida l'avversione per ogni tipo di etichetta e irritante l'accoglienza ai cambiamenti, qualunque essi siano, ma ci sono idee e aneddoti che mi fanno respirare a pieni polmoni.

Andrea De Carlo- Pura vita
Diverso dai soliti libri di De Carlo, quelli dove c'è la musa tormentata e il 40enne che la insegue come fosse un sogno. I protagonisti chiacchierano di tutto e mi sorprende la conoscenza dell'autore degli argomenti più diversi, soprattutto delle relazioni tra essere umani. Mi piace che, da Due di due in poi, nel malessere che ammorba questa società ci troviamo d'accordo. Certo è che, se un uomo mi parlasse come fa il protagonista, lo manderei a spigolare di gran carriera.

Sigmund Freud- Psicopatologia della vita quotidiana
Bisogna dire che Freud ha avuto intuizioni geniali nella sua carriera, capaci di rimanere attuali per più di un secolo. Voglio dire, nonostante le cantonate sulla sessualità femminile, il ragazzo ci vedeva giusto. Mi apre dei mondi sui lapsus, le cose che dimentichiamo e una miriade di altre quisquilie quotidiane a cui non diamo nessuna importanza. 

Mario Moretti, Carla Mosca, Rossana Rossandra- Brigate rosse, una storia italiana
Regalo di compleanno di amiche lontane dall'attualità politica come il sistema solare dal pianeta terra, sulle prime penso che i tempi non siano maturi per questa formazione. Invece è un libro-intervista che mi coinvolge profondamente e mi fa conoscere una persona di grande valore e intelligenza. Il sacrificio speso in quello in cui crede e per cui ha pagato è enorme e mi colpisce moltissimo. Dovrei sentire anche la versione di Franceschini. Sogno spesso di fare una maglietta a sua immagine per fare incazzare i datori di lavoro democristiani. 

Ritanna Armenni- La colpa delle donne
Cominciato nel reparto di ginecologia mentre mi faccio prescrivere la Ru46: BOOM! L'autrice ha una posizione ambigua, scrive per Liberazione e conduce un programma con Giuliano Ferrara: non ne poteva venire fuori nulla di buono. Non ha uno stile cattivo e deciso, ma piuttosto di molla inchiesta, senza convinzione e politicamente corretta a ogni costo, cercando di insistere sul concetto che l'aborto vada evitato e che tutte le donne soffrano dopo aver intrapreso questa scelta. Evidentemente, non si è presa la briga di fare della ricerca prima di scriverlo queste quattro stronzate.

 Lidia Ravera- Bagna i fiori e aspettami
Guardo a lei come una delle donne e femministe che apprezzo di più in Italia e avevo già goduto delle gioie della sua scrittura. Questo è un romanzo strambo e singolarissimo, con insospettabili scenari da libri di azione, personaggi definiti con lo scalpello e un linguaggio che assorbo come carta velina. Mi tedia la tendenza della protagonista a drammatizzare ogni cosa, ma quella volontà testarda di inconttrare il padre è struggente. 

Dedico queste righe a Poppi e Silverio. A volte ritorno!


Ultimamente sto ragionando abbastanza sulla natura degli ingegneri.. Forse ne verrà fuori un post. P
Baci alle vostre mamme,
S.

domenica 5 febbraio 2017

A lovely way ay to spend the evening: Gomorra & Gilmore Girls

Buongiorno gente,
ho una ventina di minuti prima di portare il cane finalese, ospite d'eccezione, a spasso per ardite erte del savonese e volevo infilarci una recensione veloce sui personaggi di due serie concluse da poco, presi a cuore al punto di sognarli di notte.
Gomorra, seconda stagione


Avevo già scritto qualche riga a durante la prima; in effetti, non credevo, da ipersensibile quale sono, di poter apprezzare sangue, sparatorie, rapimenti e omicidi a sangue freddo, invece sono rimasta incollata allo schermo per due stagioni. Di primo acchito non me lo spiego, poi rifletto sul fatto che è un prodotto di pregio, non la solita americanata che vuole fare sensazionalismo. I dialoghi sono interessanti, scritti bene e il dialetto napoletano (nonostante la necessità di sottotitoli) aggiunge fascino ai personaggi. I silenzi! I silenzi sono magnifici, e dire che di solito mi rompo i coglioni: qui danno uno spessore ai personaggi e un pathos alla vicenda  che mi viene voglia di provarci pure a me per darmi un tono, nella speranza che la gente si caghi in mano. E, nonostante strati belli spessi di atteggiamenti razzisti, omofobi e sessisti, genuini prodotti campani e mafiosi, non perdo la testa. Probabilmente mi rendo conto che le vicende di Gomorra attingono a un contesto vero, reale dove il conformismo, il potere, i soldi, l’ignoranza, il consumo di massa, i pregiudizi hanno più presa di cultura, consapevolezza e parità di genere.

I personaggi femminili hanno spunti di qualche interesse, ma se positivi la loro autorevolezza dipende dai compagni (Donna Imma, Azzurra), oppure sono indipendenti ma stronze epocali (Scianel), se non proprio delle poveracce oppresse dagli uomini e perseguitate dalla vita (Deborah, Marinella, Nina). Ecco perché ho avuto un fremito quando sulla scena è arrivata Patrizia: libera da cazzate sentimentali, orfana e protettiva con fratelli e sorelle, si mette alle dipendenze di un sessista come Savastano e ingoia con rabbia bocconi amari. Il coraggio e la tenacia nel proteggerlo le permette di guadagnare la fiducia del boss. Il rapporto padre e figlia che nasce tra loro mi ha emozionata, finchè si è rivelato qualcosa di più banale, ma tifo sempre per lei. Mi sono goduta l’evoluzione di un personaggio complesso e interessante come Gennarino, da rampollo bambaccione a bastardone che fa uccidere il padre dall’assassino della madre mentre dà al primo figlio il suo nome (Salvatore Esposito è il sex symbol che dà ragione a tutti i ciccioni in circolazione). Anche Ciro di Marzio ha il suo innegabile fascino, con quel cinismo, quella perfidia e quel pelo sullo stomaco che lo rendono ostile a chiunque senza che a nessuno venga voglia di fargli sparare. Aspetto con ansia la terza stagione, come tutti. 


Gilmore Girls, A year in the life
Anche di questa serie avevo scritto tempo fa: con lei sono cresciuta e quei personaggi li sento come reali, tanto mi hanno appassionata le loro vicende. Come tutte le fans, aspettavo la ripresa della serie come una finale mondiale. Ho guardato diversi video di recensioni critiche e deluse: anch'io penso che lo sviluppo della storia potesse essere diverso, non solo un pretesto per ammassare tutti i personaggi in sei ore di visione. Qualcuno dei secondari meritava un'altra influenza nella vicenda, altri non hanno attraversato cambiamenti necessari a renderli più interessanti. 


Capisco anche la nostalgia per la Rory della prima ora e la sensazione che il personaggio sia stato snaturato, ma mi è piaciuto vederla cambiare, anche se con una punta di amarezza, dalla sedicenne che riusciva in ogni cosa in un'adulta di talento dentro un mercato del lavoro ingrato e difficile: tentare, fallire, cedere allo sconforto, provarle di nuovo tutte, adattarsi a quello che si riesce a fare l'ha resa più vicina a me, più autentica. Certo sono uno spreco le relazioni a tempo perso con questo Paul di cui non sappiamo nulla, a parte che è uno sfigato e ci si dimentica di lui, e con Logan, in procinto di sposarsi con un'altra, viscido e faccia fa schiaffi come sempre, che nulla dà e nulla aggiunge alla felicità di Rory.
E’ triste anche abituarsi alle facce invecchiate degli attori: nella prima puntata ho faticato a ritrovarmi nella serie che ricordavo, complice la scelta di vederla in lingua originale e rinunciare alle voci che mi erano familiari, anche se così era più facile pensare che potesse essere tutto vero. A ogni modo, l’affetto che mi legava ai personaggi mi ha riportata là dove li avevo lasciati. Rivedere facce e luoghi, rivivere momenti e rituali è stato emozionante: Stars Hollow, il locale di Luke, i lavori strambi di Kirk, le riunioni cittadine di Taylor, il cortile della Chilton, la casa di Lorelai e Rory. Probabilmente il tempo passato a sentirmi parte di quelle vicende mi basta, tanto che mi sono persa dei passaggi fondamentali che ho colto solo grazie alle recensioni su Youtube! L'amore sa inebetirmi.
Ho visto recensioni negative di ragazze molto in gamba che seguo per i libri o il femminismo, come Ilenia Zodiaco e Cimdrp, e recensioni entusiaste di youtuber che apprezzo meno, come Barbie Xanax, più sensibili al ritorno delle ragazze Gilmore che non alla qualità della stagione, proprio come me.  


Mi è piaciuta molto l'evoluzione del personaggio di Emily, aspetto su cui convengono tutti, che ricomincia una nuova vita dopo essersi rassegnata a perdere Richard, e Kirk, antisociale come sempre, con quella meravigliosa maiaialina. Devo invece riconoscere che Luke e Lorelai mi hanno annoiata, sempre fermi alla stessa vita di dieci anni prima, ma la crisi a cui il loro rapporto li mette di fronte, e Michel che lascia il Dragonfly, li spinge in qualche modo a rinnovarsi. Il viaggio selvaggio di Lorelai è stato abbastanza assurdo nell'economia della storia, come lo stupido musical di Stars Hollow, e il matrimonio che chiude il finale di stagione- e peraltro non vediamo- ha voluto accontentare un po’ tutti ma mi ha portata alle lacrime. Bellissimo il progetto del libro sulla vita delle protagoniste che simboleggia la chiusura di un cerchio, così come l'ultima battuta che chiude l'ultima puntata: BUM! Non lo sospettavo per niente, pare invece lo avessero annusato tutte: Rory incinta come la madre, solo sedici anni più tardi, come lei senza un compagno (del resto, Logan è un personaggio pessimo, meglio che sposi una ricca snob). 
Volevo fortissimamente che tra Jess e Rory succedesse qualcosa di più (stanotte li ho sognati, per farvi capire quanto lo volessi), ma il desiderio con cui la guarda fuori dalla finestra, e Petal che dorme con Paul Anka, sono le cose che più mi hanno emozionata. Se avrò anch’io un maiale, e potete giurare che ci lavorerò, la chiamerò così, per ricordare una stupida serie che mi fatto compagnia per così tanti anni. Spero che esisterà un’altra occasione per rivederli tutti quanti (kleenex, please!).

Al prossimo amore televisivo,
S. 

mercoledì 28 settembre 2016

Fenomenologia del mondo borghese: i finalesi e il reggae

Salve amici,
riemergo dalla nebbie di una stagione infernale per accogliere l'autunno con tutti gli onori e dedicare qualche riga al primo concerto reggae che il mio umile paesino abbia mai ospitato.
Gli Africa Unite a Finale: me l'avessero detto a vent'anni, non ci avrei creduto. Intendiamoci, non parliamo di gente che il reggae l'ha inventato in Giamaica cinquant'anni fa; cionondimeno, se di reggae ci siamo appassionati in Italia, è anche e soprattutto merito di questa band storica che non avevo ancora sentito suonare. Se non conoscete Finale Ligure, non so se potete cogliere lo sbigottimento e l'euforia che un evento di normalissima portata altrove possa avere in questo posto. Patti Smith suonava a Savona anni fa, ed era stato straordinario, ma prima e dopo la città di bei concerti e nomi altisonanti ne ha collezionati.
Il reggae a Finale è un concetto ignoto ai più, associabile a Bob Marley e a un mazzo di fattoni da cui tenersi lontani. Se l'orecchio pulsa nel modo giusto, per voi qui c'è davvero poco da fare.
Vedere amici savonese di tutt'altre scene è stato bello, un mescolarsi emozionante di alternativi e gente da discoteca: non amo ragionare per etichette, ma credetemi, le teste dei compaesani hanno la mente elastica come un plinto di cemento e una visione del mondo a cartolina. Immagino che i più si siano trascinati per noia e curiosità, tant'è che l'accoglienza  alla band non è stata molto calorosa.
Pazienza: il barista del localino fighetto in piazza che metteva Lee Perry e i Toots ha ridimensionato la delusione, così come vedere tutti ballare, sia pure come oranghi nella stagione dell'amore.
E' stato bellissimo riunire amici imperiesi, savonesi, fidanzati e amici nello stesso campo da calcio e correre da uno all'altro nel tentativo di passare la serata con tutti, finendo per perderli e ballare sotto casse da sola per buona parte del concerto. Dire che il ci sei, Finale? degli Africa suonava insolito è davvero poco.
In questi giorni nessun articolo, nessuna recensione, nessun accenno a quel piccolo miracolo. Spero sia l'inizio di idee solidali e rivoluzionarie come questa, anche se me ne sto andando e a Savona i concerti non mancheranno. Finale rimane il mio porto sicuro e la riabbraccerò come una sorella se la sentirò vibrare ai ritmi giusti.
Deeply gratefully, S.

lunedì 27 giugno 2016

Summerteeth: pezzacci di inizio estate

Ciao lettrici e lettori,
è un po' che non mi dedico all'apparato bandistico musicale, ma è pure vero che ultimamente non scrivo un cazzo. Jedenfalls, ho riunito qualche canzone scoperta negli ultimi tempi che mi ha ridato gioia di vivere (ne ho sempre bisogno) e ve la propino con il suo video in allegato. Hab Spaß!

Express yourself- Diplo
Pezzaccio elettronico trovato per caso, come sempre succede, su un video de Lo Stato Sociale che insegnava a ballare da qualche parte a Bologna. E' anche il titolo di una vecchia canzone funky di Charles Wright, sensazionale pure quella, ma non abbastanza tamarra in cuffia. Mi caricava a mille nei giorni di Pasqua, mentre lavoravo come una pazza ed evitavo come birilli orde di austriaci in mountain bike.

 

Keep out of the mischief now- Tommy Dorsey 
Il mio scarsissimo repertorio jazz arriva perlopiù dai film di Woody Allen e questo non fa eccezione. Non sapendone nulla ed evitando Miles Davis come la peste, mi fido delle mie sensazioni animali e mi lascio illuminare dalla spensieratezza del cinema anni venti.


Baby's on fire- Die Antwoord
L'avevo completamente dimenticata, l'ho risentita grazie a un'amica che li sponsorizza a tutti. Il video è qualcosa di ipnotico e folle, non meno dei due olandesi albini che cantano in un inglese incomprensibile su basi elettroniche. Pezzaccio.

  
Spirits- The Strumbellas
Io e mio fratello viaggiamo su binari musicalmente inconciliabili, eccezion fatta per la felice parentesi dei Peggioklasse. Invece durante una clandestina ricerca sul pc ho trovato conforto in una canzone super mainstream che fa cantare l'anima tanto è torrenziale. E poi tutti abbiamo pistole in testa che non vogliono andarsene, no?




Skifterat- Bes Kalluku feat. Rati
E' passato qualche anno da quando l'ho ascoltata per la prima volta ma gli amici albanesi, una volta approdati al cuore, non se ne vanno più. Intendiamoci: è una cafonata clamorosa, ma fa sdraiare. I riferimenti alla nostra cultura si sprecano e non manca neppure Berlusconi che legge Dan Brown. Partiva sempre in comunità dopo pranzo e dava il via a una serie di danze tradizionali albanesi. Shqiptari my friends!


Postcard from Italy- Beirut
Sebbene sia molto recente, ho già dimenticato come ci sono arrivata, dato per me importantissimo che annoto in maniera maniacale. Peccato. Ho ascoltato altro del gruppo, ma niente suona nostalgico, trasognato e splendidamente ritmico come questo pezzo. Anche il video è una piccola perla di bizzarri e teneri ricordi di vacanze d'estate. 

  
La mer- Charles Trenet
Sentita nel geniale e godibilissimo film francese Dio esiste e vive a Bruxelles, è raffinata e amabile come qualsiasi cosa arrivi da un paese così splendido. Le parole danzano su un mare musicale struggente, la voce è tenera come baci buttati all'aria. E' quasi poesia.


Lost stars- Adam Levine
I Maroon Five non me li sono mai filati di pezza, al punto che ho faticato a riconoscere il cantante in Begin again: ero affascinata da Keira Knightley, che trovo magnetica dai tempi di Sognando Beckam. Nel film è una songwriter in erba abbandonata dal fidanzato che ha fatto fortuna e la colonna sonora è un gioiellino pop melodico. La canzone non è affatto male cantata da lei, ma è falsetto reinterpretato da lui mi alza i peli sulle braccia.


Mud up- Supercat
Pezzaccio dancehall scoperto nelle playlist che suonavano a casa della solita Vitto, un pozzo di musica cacara. Non ha bisogno di commenti: mi fa ballare come se uscissi da vent'anni di coprifuoco.  


Buddy- De La Soul
Il rap americano old skool di cui sono affamata dai Beastie Boys in poi e che non facile portare alla luce in mezzo a tutte le sciocchezze gangsta pompate al massimo dal mainstream. 

   
Keep on pushing- The Impressions 
Grazie all'ennesima enciclopedia del rock, ho passato l'inverno a sculettare sul soul americano anni sessanta tirando a lucido la cucina. Tutti gli esimi opinionisti di Youtube concordano con me sull'energia azzurra che infonde nelle ossa la canzone: difficile trovare aggettivi, ma semplicissimo innamorarsi. 

 
 La conga blicoti- Joséphine Baker
Credo di averla ascoltata in un delizioso film di Allen dove Owen Wilson se ne andava a spasso per gli anni venti con una tizia dell'epoca di cui era doverosamente innamorato e conosceva tutti i grandi personaggi americani dell'epoca. Pezzo curioso e demodè di una delle primissime star nere dello spettacolo, regala irragionevoli impeti di vita. 

 

Straight shooter- The Mamas & The Papas
Sembravano un gruppetto di bravi ragazzi, invece erano limpidi tossicomani e dedicavano questo insospettabile pezzo all'amica eroina. I testi in cui si parla di cose torbide celandole dietro a testi innocenti, dai Beatles a Neffa, mi recano sempre tanta simpatia.


Eu nasci no meio de um monte de gente- Selton
Band indipendente brasiliana trapiantata a Milano, chi mi conosce sa che queste commistioni culturali mi rendono frizzantina. Pezzo delicato e pieno di allegria che ricorda l'affollata infanzia sudamericana e ne celebra la nostalgia, cantato in due lingue.
 
 

Dread natty Congo- Sister Carol
Ho in programma di metterla come suoneria del telefono per fare girare tutto l'autobus di botto. La dancehall femminile ha una marcia in più, quella commistione di minchia oh e bacino isterico che mi scende a toccare le corde giuste. La confondo sempre con Sister Nancy e con tutto il retroterra di niggers sfrontate e incolte dai pugni in tasca. 


Sha la la la lee- The Small Faces
Ultimo pezzo del primo album di una delle band mod più fighe degli anni sessanta, a cinquant'anni di distanza non ha smarrito un'oncia di brio, brillantezza e ritmo. La voce roca di Steve Marriot conferisce una vena struggente e dolorosamente appassionata a un pezzo memorabile.


Colpa d'Alfredo- Vasco Rossi
Solo qualche giorno fa avrei messo Susanna, altro pezzo di una rockstar che amo molto poco, ma in grado letteralmente di ossessionarmi con i testi insoliti e una chitarra tutta grinta. Poi ho scoperto questa, nota al mondo intero, a cui arrivo molto tardi e forse in virtù di questo mi fonde il cervello. Distrugge e annienta con gioia violenta tutte le occasioni perse delle nostre serate con cinismo erotico e scanzonato.


Amami Alfredo- Maria Callas
Come qualcuno potrebbe sapere, amo particolarmente la musica classica, anche se mi mancano delle gran basi: neanche sapevo che questa faceva parte di un'opera di Verdi. Della Callas conoscevo anche Casta diva, come si può conoscere una melodia passata per anni tra radio e televisioni che misteriosamente un bel giorno esplode e ti rapisce del tutto. Mi fa vibrare come un violino scordato, sublime. 


Spero di avermi ispirato qualche ascolto, dopo questa insalata mista di musica che è durata settimane. Ovviamente non mi farete sapere, ma confido nella vostra scarsa sensibilità musicale. Addio!
S.