sabato 17 marzo 2018

One shot review: le infiltrate

Anno: 2016
Paese: Italia
Autore: Nicola Palmarini
Genere: saggistica, parità di genere
Pagine: 152
Sinossi: il tema se le ragazze possano scrivere codice o meno non si pone. Possono. La domanda è: sanno di poterlo fare? Sanno che cosa si nasconde dietro a questa possibilità? Dobbiamo dirlo loro e, prima ancora, ai loro genitori, chiamati a raccontare alle proprie figlie che sono portate e geneticamente qualificate per un lavoro alternativo a quello cui in genere paiono destinate.

Un argomento interessante e poco esplorato, quello del rapporto tra ragazze e tecnologia. Confortato da dati allarmanti, interviste in giro per il mondo e un'indignazione tutta sua, l'autore apre uno spiraglio su un mondo che non ho mai considerato il mio, dichiarando: "nessuno nasce portato per la matematica e la scienza". BOOM! Una rivelazione che ha il potere di sconvolgere un'abbonata cronica al votaccio da quando sono stata in grado di scrivere due numeri sulla stessa riga: e se non fossi stata semplicemente educata, incoraggiata, seguita nel modo giusto, a vantaggio di qualche compagno maschio? Palmarini sviscera la sua tesi in ogni aspetto con una verve ferocemente anti-sessista, ottimista in un futuro luminoso di etico progresso grazie al contributo delle donne. Stimolante e istruttivo per tutti, regala orgoglio e determinazione a chi si è sempre creduto un incapace.

I messaggi sono:
1 Questa non è roba che ti interessa
2 Comunque, anche se ti interessasse, non saresti capace
3 Non appartieni a questa cultura

mercoledì 14 marzo 2018

One shot review: tutto su mia nonna- Silvia Ballestra

Anno: 2005
Paese: Italia
Autore: Silvia Ballestra
Genere: narrativa
Pagine: 204
Sinossi: tre generazioni in duecento pagine, tre donne singolari che compongono una singolarissima famiglia marchigiana, di cui l'autrice racconta caratteristiche e segreti, a cominciare dal lessico.

Sicuramente l'ispirazione della Ballestra deve molto a Lessico familiare della Ginzburg: le parole forgiate dai personaggi in base al temperamento e all'approccio all'esistenza sono lo sviluppo della vicenda. Le forme dialettali punteggiano il racconto di colorati e spassosi aneddoti, dove ho trovato il maggior piacere della lettura: i dialoghi strambi tra madre e figlia su come portare i capelli, quelli tra zia e nipote sulla necessità di depilarsi le ascelle sono una delizia. Peccato che il libro sarebbe risultato più efficace con la metà delle pagine: troppi inserti poco coerenti con la storia familiare, troppe storie assurde buttate in mezzo alla pagine di cui, a quanto vedo dai commenti online, non è fregato proprio a nessuno. Ciononostante, la lettura mi ha divertita, soprattutto nella narrazione degli isterismi, delle manie e delle assurdità di una famiglia disfunzionale dove ho ritrovato pure la mia.

Il linguaggio di un posto bisogna ascoltarlo incastonato nel suo paesaggio, non andrebbe lasciato solo nello spazio bianco di una pagina. Avere a che fare con queste parlate è come vivere su un vulcano, non sei mai veramente al sicuro.

domenica 11 marzo 2018

"Peggio di Giorgio Poi.. A questi concerti non mi prendi più": Levante LIVE

Un concerto seduta non lo guardavo dai tempi di Patti Smith: era il 2007, avevo da poco passato i vent'anni e quello era il primo che vedevo. Non potersi scatenare al cospetto della sacerdotessa del rock 'n' roll era stata una cazzata tremenda dettata da un'organizzazione incomprensibile, ma devo dire che per Levante aveva il suo perchè. Sulle prime io e la mia amica siamo rimaste deluse, ci aspettavamo di correre sotto il palco con la birra in mano (Luca era ben contento di restarsene dov'era, considerato che non gliene frega niente e mi accompagna per castigo), ma poi mi sono ricreduta: erano quasi tutte ballate piuttosto lente e ho avuto modo di interrogarmi con tranquillità sui testi, oltre che riposare le membra stanche dopo una giornata di lavoro. Il Politeama è un bellissimo teatro genovese dove non ero ancora stata e tutto quel pubblico seduto ad ascoltare il concerto educatamente composto alle sue poltrone era straniante, perfino piacevole.
Senza conoscere nei dettagli la produzione di Levante, entrambe ci aspettavamo un evento abbastanza dinamico e qualche pezzo ballababile in più: alla fine ci siamo agitate sul posto per Alfonso in apertura e Pezzo di me in chiusura, le due ore scarse di mezzo ci siamo godute le bellissime scenografie di disegni fluttuanti e giochi di luci/ombra e abbiamo viaggiato come dei siluri sulle parole cantate (c'è da dire che ai concerti a cui presenziamo d'abitudine il massimo della scenografia è il graffito alle spalle della band Skinhead Genova o Savona antifascista). 


Le parole, dicevamo: per me suonavano come poesie e mi hanno fatto venire voglia di rimettermi a scrivere qualche verso per la bellezza con cui erano capaci di parlare di storie dolorose e stronzi colossali. Però, una volta rivisti i testi online, ho realizzato che sono anche parole ermetiche e personali come poesie e rendono difficile l'identificazione con il mio vissuto. Insomma, di una sensibilità toccante, ma decise a tenerti distante e a parlare solo attraverso i sentimenti di Claudia Lagona. Forse è una personalissima interpretazione, ma mi ha delusa.
Difficile quindi, dal mio punto di vista, capire di cosa voglia  parlare Levante attraverso le sue canzoni: a un ascolto superficiale sembrano tutti pezzi d'amore, mai banali ma monetematici probabilmente sì. Invece sentirli dal vivo in quel teatro mi ha permesso di individuare riflessioni sull'amicizia e sui legami familiari, difficoltà di crescita e di essere una donna, tormenti di separazioni non solo amorose. A legare tutto insieme c'è una voce sublime e meravigliosa che emoziona continuamente, anche se trovo che molti pezzi siano giocati sui gorgheggi al solo fine di esibire la potenza vocale come un ornamento, e che questi motivi si ripetano a getto continuo fino, talvolta, a stancare. Quella voce roca e calda di Sicilia mi ha ricordato Carmen Consoli.


Abbiamo sentito tutto Nel caos di stanze stupefacenti e la gran parte dei pezzi dei primi due album; Levante ha cominciato a chiacchierare dalla metà in poi, dichiarando di essere diventata più taciturna ai suoi concerti ultimamente, però ha anche saputo contraddirsi sciogliendosi e raccontandoci delle sue emozioni con sincerità e ispirandomi molta tenerezza. Sto cominciando a capire quanto sia criticata e messa alla gogna per il solo fatto di essere una donna esplosa nel panorama indie-pop, per la capacità e la scaltrezza nel fare l'equilibrista sull'orlo di più etichette: è un personaggio che sa vendersi ma senza compromettere una forte personalità e delle opinioni precise, flirta con i social e il mainstream senza rinunciare a esibire Girl power sulle spalle o a denunciare la violenza sulle donne nei suoi pezzi. E' decisa, determinata, esplosiva, affettuosa, si interessa di attualità e adora la moda: una donna che si permette queste libertà e queste contraddizioni in Italia è antipatica a molti, che hanno la necessità di trovare una rassicurante categoria alle persone per sentirsi meno minacciati dal loro essere e fare come gli pare.
Questa riflessione finale mi spinge a dichiarare che no, non è stato il concerto che mi aspettavo e si, mi ha saputa sorprendere e conquistare senza strapparmi i capelli: la musica live rimane una forma artistica e culturale potentissima, in grado di mandare all'aria ogni preconcetto avessi prima di varcare la soglia del locale. Ogni volta che vado a sentire qualcuno, e purtroppo per chi mi piace davvero non capita spesso come vorrei, mi dico Ma perchè non ci vengo più spesso, cazzo?", scossa da tutte quelle emozioni magnifiche che un cd non è in grando di suscitare. Perciò dico a chi mi legge e prima ancora a me stessa: vai ai concerti, Cristo, non te ne pentirai comunque!
Su Pezzi di me due fan ardite si sono lanciate a pioggia verso il palco e metà del teatro le ha seguite: nonostante la ressa, le spinte, i commenti scemi della gente intorno, mi è mancato il calore umano dei cari, vecchi concerti sotto palco. Probabilmente la musica di Levante non mi piacerà mai davvero e questa serata non ha cambiato le cose, ma le sono grata per il solo fatto di esserci, prendersi gli sputi di chi non l'ha capita e fare la femminista glamour, a dispetto di tutti quelli che vorrebbero insegnare come si fa o non si fa la battaglia per la parità di genere. Il femminismo vi abbraccia tutt*: è questa la figata che non si può sconfiggere.

mercoledì 28 febbraio 2018

Imprecando sulla soglia dei locali: sull'aperitivo come convenzione sociale

Questo post è frutto di una riflessione banalissima: gli aperitivi, per l'attuale stato delle cose, mi fanno schifo e non faccio niente per nasconderlo. 
In realtà, l'idea originale è una semplice, geniale, raffinata trovata mediterranea: incontrare gli amici al calare della sera e condividere il piacere di un bicchiere di vino stuzzicando qualcosa. E' un momento piacevole per ritrovare gente persa di vista, conoscere meglio qualcuno, fare una riunione di lavoro o dare un primo appuntamento, e in questi termini l'ho sempre apprezzato e goduto.
Ultimamente, però, ho l'impressione che sia semplicemente un rituale borghese vuoto quanto le chiacchiere che lo animano, un'espressione di sconcertante superficialità e disarmante conformismo estetico. Lo è sempre stato e forse ero impegnata a bere con il resto del gregge, o ultimamente partecipo a una deriva che mi spinge a prendere le distanze da questo modo di trascorrere il tempo?
Da queste parti, ormai, sedersi a un tavolino, magari con sottofondo jazz, è out: si beve sulla porta del locale, parlando malissimo di conoscenze comuni. Nessuno dà l'impressione di annoiarsi come la sottoscritta. Io ci ho provato, giuro, a restare a galla in questo mare di stronzi, ma senza pinne la cosa è francamente rivoltante. Ci sono due o tre cose che mi disturbano di questa fruizione dell'evento:
1 L'aperitivo è un incitamento all'alcolismo coatto. Bere l'equivalente di un ingresso al cinema in alcolici di cui nulla mi importa perchè così fan tutti (e dire che mi limito per non avere nulla a cui spartire con quelli che alle 20 e tre quarti stanno già biascicando) dimostra una totale mancanza di personalità. Quanto ci piace bere e quanto, in realtà, ci sentiamo di doverlo fare per conformarci al protocollo sociale? A chi scrive di bere non frega niente, perciò di tutta la retorica intorno alla trasgressione della sbronza non so che farmene (è un discorso altrettanto interessante che affronterò in un altro post). Perchè dovrei spenderci dei soldi, se mi va di bere aranciata? Perchè le domande idiote, la stigmatizzazione sociale e il rompimento di cazzo riservato agli astemi si digeriscono peggio di un amaro.Ordinare un'altro sbagliato al barista, viceversa, è cool.
2 L'aperitivo è una pratica consumista: con tutti i soldi che le amiche spendono in alcolici, potrei estinguere mezza wishlist di libri e film. Davvero non vi importa di tutti quei liquidi che non torneranno? Non era meglio uscire una volta di meno e andare a vedere un concerto?
3 L'aperitivo è una vetrina per il look: nel mio paese natale è l'unico evento che interessi i giovani i quali, poracci, si tirano da paura perchè tutta la loro persona si fonda sull'apparenza e quella è l'unica occasione per mostrare ai concittadini il proprio valore. Non che in città le dinamiche siano diverse: altrimenti che ritorno avresti dei mille euro spesi in una Louis Vitton?
4 L'aperitivo è la morte dell'attività celebrale. Per qualche ignoto motivo, persone con cui altrove ragioni su massimi sistemi il venerdì sera sono capaci di esprimersi solo in merito a minchate. Voglia di evasione, certo. Volontà di lasciarsi alle spalle la settimana lavorativa, si dirà. Ma com'è che nessuno si rompe i coglioni a discorrere solo di minchiate, settimana dopo settimana? Si potrà parlare anche del libro sul comodino, dico io? O dell'ultima playlist aperta su Spotify? Non mi sembra di tirare in ballo elecubrazioni da tempie fumanti: sono argomenti di una banalità imbarazzante. Eppure, parlare senza gentilezza di chi non c'è è così rassicurante, ci fa sentire accettati.
5 Last but not least, a che cazzo di ora va a cena la gente che dalle 19 alle 22 si riempe il bicchiere cianciando del nulla? Non mandate a puttane l'intero ciclo intestinale? Dopo l'ultimo venerdì in cui ho mangiato una piadina d'emergenza alle undici meno venti, mi sento di dire basta.
Va da sè che ci sono altri modi di stare insieme: bersi un bicchiere a casa, condividere una cena, fare una passeggiata, andare in libreria. Persino io, nonostante la lucida analisi, arrivo però a capire che nulla possono contro le vinerie e i mercati civici in cui mi trascino per amore delle amiche: l'intelligenza è un bagaglio scomodo da portare a spasso e la solitudine generata dall'incomprensione, a una certa, pesa a tutti. Forse è per questo motivo che gli stalinisti, che per  la borghesia non dovrebbero avere grandi simpatie, ce li trovi sempre sulla porta.

sabato 24 febbraio 2018

A lovely way to spend the evening: breve storia del piacere di andare al cinema

Nella moltitudine di ciaraffi e ciaraffini che nuota alla deriva nel mare delle mie memorie, recupero quello delle primissime volte a cospetto del cinema: seconda metà degli anni novanta in compagnia di amici, fratelli e sorelle, stringersi eccitati le mani sotto i sedili mentre il tam tam di Jumanji batte a volume pazzesco, bicchieri di Coca-Cola da dividere in tre, manciate di pop-corn calpestate nel percorso per il bagno, andare a vedere Hercules con mio padre (a cui del cinema non è mai fregato nulla, figuriamoci della Disney: un pegno d'amore che mi fa vibrare d'affetto). Ho un ricordo dolcissimo del cinema agli sgoccioli dell'infanzia, un piccola festa dei sensi da celebrare una volta ogni tanto: quando usciva un film interessante, avevo i soldi per il biglietto e qualcuno disposto a venirci. Al di sopra di tutti, si staglia il ricordo di mia madre che mi proibisce di andare a vedere Titanic con la ragionevolissima giustificazione che fosse troppo triste per una dodicenne; finisco a farmelo raccontare dalla compagna di classe maliziosa, a cui frega solo della scena dentro la carrozza.
A sedici anni l'estate smette di essere la stagione della spensieratezza sulla sabbia bollente e mi regala le gioie di tre mesi e mezzo a vendere gioielli e profumi in mezzo a torinesi e milanesi che se la spassano. A partire dal quindici di settembre, mi consolo del sudore versato andando a vedere qualsiasi minchiata esca al mitico Ondina: la conoscenza della settima arte è pari allo zero e l'influenza che il trash esercita su questa adolescente magnetica. Amavo le commedie demenziali, i film d'amore scontati e facevo mia ogni sorta di trovata commerciale sullo sport: da Dodgeball a Cinderella man passando per Shaolin soccer, me li sono fatti tutti. Ho visto Santa Maradona senza capirci quasi nulla, delusa dal fatto che non c'entrasse nulla con la canzone dei Manonegra, e L'ultimo bacio innamorandomi doverosamente di Accorsi insieme a mia sorella.
Seguitai a coltivare invano l'immaginario romantico di baci rubati nel buio della sala, alimentato con una dieta a base di stronzate e cinema americano preconfezionato, perchè capitò una volta sola; peccato lui fosse mezzo fascio e del tutto cretino, e a poco valse il suo tentativo di conquistarmi sotto le stelle dell'arena estiva, che chiuse con mio sommo dispiacere qualche anno dopo. 
Passati i vent'anni mi ero sufficientemente rotta di imitare le amiche in gare di sfrenato conformismo e portavo in giro la mia stranezza con orgoglio, anche in sala: i film che volevo guardare spesso inorridivano i conoscenti e ci andavo da sola, godendo di quell'aurea da sfigata maledetta. Detestavo il paese dove vivevo e la sua gente superficiale: guardare il film sulla vita di Bob Dylan e spalancare le porte a fine spettacolo, così che tutti i bistrot fighetti dei dintorni sentissero suonare Like a rolling stone a volume da stadio, per la giovane arrabbiata che ero costituiva una dichiarazione esistenziale. L'università, nel frattempo, aveva cominciato a darmi le basi necessarie per distinguere un cinepanettone da un film d'autore e così ero arrivata a Nanni Moretti, Bernardo Bertolucci, Jean Luc Godard: gente per cui mi ero presa violente crash, dal momento che i miei coetanei erano un branco di sciocchi. Il cinema dopo anni di stenti aveva chiuso, ma immersa nella rinata passione per la settima arte non ci piansi troppe lacrime: ero approdata all'epoca dello streaming. Pur senza rendermene conto, con l'Ondina una fase della mia giovinezza aveva chiuso i battenti e tra i tanti conservavo gelosamente il ricordo di una serata con mio fratello, dove a guardare la solita stupida commedia americana eravamo in tre e ci eravamo sentiti un gruppetto di amici al bar dello sport. 
Guardare i film online cambiò radicalmente le cose: io e mio fratello smanettavamo come dannati su Emule e facevamo a gara per portare a cena mirabili proposte, oppurtunamente visionate in solitaria per assicurarci che potessero avere chance di gradimento: i nostri genitori alternavano dubbiosi silenzi a educate alzate di sopracciglia, consci che fosse in corso un'agguerrita competizione combattuta a suon di supereroi firmati Marvel e muse in bianco e nero della Nouvelle Vague.
La mia vittoria personale fu La cena dei cretini, commedia francese adatta a tutti perchè sinceramente divertente, a prova di ignorante ma anche ferocemente antiborghese: riuscii a farla apprezzare alla famiglia, agli amici del fidanzato e a tutte le avventure di una notte che pernottavano nel mio appartamento in affitto. Dai ventiquattro ai trent'anni ho guardato vagonate di film a ritmi che impressionavano le amiche online, con cui finalmente straparlare di cinema: grazie allo streaming dimenticavo il piacere della sala semibuia perchè le piattaforme erano gratuite, collezionare dvd non aveva più senso e i soldi del cinema venivano spesi in libri, viaggi e concerti.
Eppure, alla soglia dei trentadue anni, un'insidia perfidamente seduttiva mi attendeva a cinque minuti dal mio nuovo domicilio savonese: il multisala Diana, con una scelta di ben cinque film diversi. Non so dire esattamente quando sia cominciata, ma  ricordo che quando arrivò l'estate e il cinema al'aperto propose una ventina di film che mi ero persa durante la passata stagione, decisi che sarei andata a tutti gli spettacoli, nonostante mi alzassi alle sei e intorno alle nove fossi già a dormire. Da quel momento non mi sono più fermata: credo che la passione per il luogo cinema sarebbe comunque tornata cambiando città, ma averlo sotto casa mi ha trasformata nella fanatica che aspetta con ansia il giovedì per scoprire in film in uscita e che a colazione guarda tutti i trailer di Mymovies.
Andare al cinema in compagnia è ancora quello che preferisco, ma comprendo bene che non tutti siano disposti a seguirmi tre volte a settimana. Così ho ripreso le abitudini dell'ex ragazza ribelle e ci vado da sola, rallegrandomi del fatto che il buio della sala mi sia amico e mi accolga anche in pigiama o in discutibili tute di pile. Quando invece mi voglio concedere il piacere della commedia colta al circolo Arci e attraverso il porto per raggiungerlo, una sistemata quasi a malincuore tocca darmela.
Penso che qualcuno troverebbero imbarazzante guardare un film non accompagnato: forse, avversa come sono ad aperitivi e serate in darsena, dove la mission è recuperare i soldi spesi per scarpe e vestiti in cambio di consenso sociale e dimenticarsi quanto si è stronzi buttando cinquanta euro in alcolici, apprezzo poter piangere e ridere senza curarmi di alcun giudizio, mentre i miei outfit casuali scivolano nell'oscurità e la luce presta attenzione solo alle vite immaginate degli altri sullo schermo.

Quando si va a al cinema, si alza la testa. Quando si guarda la televisione, la si abbassa
Jean Luc Godard 

„Quando si va al cinema, si alza la testa. Quando si guarda la televisione, la si abbassa.

Riferimento: https://le-citazioni.it/autori/jean-luc-godard/
„Quando si va al cinema, si alza la testa. Quando si guarda la televisione, la si abbassa.

Riferimento: https://le-citazioni.it/autori/jean-luc-godard/

mercoledì 14 febbraio 2018

One shot review: autobiografia in 3 volumi- Simone De Beauvoir

Anno: 1958-1960-1963
Paese: Francia
Autore: Simone De Beauvoir
Genere: mémoire
Pagine: 384-544-632
Sinossi: auobiografia della celebre filosofa, scrittrice e femminista parigina, dall'infanzia borghese dei primi del novecento all'attivismo politico nella seconda metà degli anni cinquanta.

A essere sinceri, i volumi sono quattro, A conti fatti non l'ho mai finito. Indubbiamente, nonostante la scrittura sia magnetica, elegante, appassionata, per me i libri più interessanti sono stati i primi due. Il racconto della sua prima giovinezza, in modo particolare, mi ha completamente rapita: in Memorie di una ragazza per bene, costellato di personaggi memorabili, la narrazione di tappe scontate nella maturazione di una donna (la dedizione per lo studio, il conflitto con la famiglia, il desiderio di indipendenza) è assolutamente personale e appassionante. Lo stile dell'autrice, attento ai dettagli,  rende interessante anche il momento più trascurabile, e raffinato l'episodio più basso e volgare.
Ero convinta che niente potesse piacermi come il racconto di questa fase della sua vita, e in verità L'età della forza mi ha sedotta in maniera differente: anni di gioiosa indipendenza, l'esperienza da insegnante, le camminate solitarie in montagna, l'incontro con Sartre, l'occupazione francese. E' stato facile identificarmi con lei: quasi coetanee, la passione per la scrittura, l'ardore del temperamento. Le ho invidiato la simbiosi con Sartre, i contatti e le amicizie del mondo intellettuale, la vivacità delle serate trascorse insieme, le giornate al Flore, le vacanze in bicicletta e sui monti, la forza di affrontare le avversità con l’amore per la vita. Qualsiasi cosa capitasse alla sua esistenza, lo racconta con una leggerezza e una novizia di particolari che è solo la sua: è un talento che le invidio e mi fa venire in mente la Ginzburg. Quando comincio La forza delle cose, Simone mi è diventata cara, la sua scrittura ormai mi fa compagnia da mesi. Giunta a metà del suo percorso, le memorie di Simone perdono un po' della spensieratezza e delle avventure conosciute finora e si concentrano maggiormente sui resoconti di viaggi oltreoceano (che mi regalano una folle voglia di partire), sull'attualità politica con la drammatica vicenda in Algeria e su una generale rassegnazione nei confronti della vecchiaia che quasi mi preoccupa: per Simone è una sconfitta, un amaro compromesso, la fine di ogni sogno.Ha il pregio di farmi conoscere Sartre, personaggio meraviglioso che ognuna di noi vorrebbe incontrare, e di turbarmi con la relazione clandestina tra l'autrice e Nelson Algren, scrittore e poeta americano, che ciononostante sa farmi vibrare di passione (o forse ancora di più mi turba che dopo trent'anni lei e Sartre continuino a darsi del voi). Un personaggio, una donna e una figura di spicco nel panorama letterario dell'epoca la cui influenza va ben oltre il celeberimmo Secondo sesso e a cui le generazioni dovrebbero essere profondamente grate.

Fuori, la nebbia e le notti provinciali: ma per me non esisteva nient'altro che il tepore e la luce del caffè dov'ero seduta, il tè che mi scottava la gola e io che parlavo, massacrando con le parole l'universo intero 

              

mercoledì 17 gennaio 2018

One shot review: cambiamento di prospettiva- Virginia Woolf

Anno: 1982
Paese: Inghilterra
Autore: Virginia Woolf
Genere: epistolare
Pagine: 762
Sinossi: sette anni, dal 1923 al 1929, di lettere scritte dall'autrice agli amici e alla famiglia: la vita con Leonard, il lavoro alla Hogarth Press, le letture, i viaggi, i pettegolezzi, i sentimenti.

Ho provato diverse volte a leggere i suoi romanzi, ma li trovo difficili, ridondanti, faticosi. Nonostante la scrittura della Woolf non cambi in questa raccolta epistolare, l'ho apprezzata in tutti i viaggi pindarici della sua mente frenetica. Virginia rende minuziosamente l'immagine di una vita impegnatissima e di una compagnia di amicizie incessante e deliziosa, con descrizione scarmigliate e confusionarie che mettono allegria. Nei suoi racconti non mancano mai richieste di romanzi, saggi e articoli con cui tormentare i corrispondenti, montagne di libri da recensire che la stressano enormemente, le case che abitano e dove traslocano, la tenerezza di un rapporto con il marito che è tutto lavoro, nient'altro che lavoro e conversazioni sulla letteratura, fino alla prossima fuga fuori città.
La scrittura è ricca, originale, spesso delirante e adorabilmente pazza, tempestata di parentesi furiose e osservazioni stravaganti. Ci sono miriadi di storie e opere e personaggia a cui appassionarsi e il ritratto che emerge da queste pagine è quella di una quarantenne pragmatica e sentimentale, tormentata dalla scrittura e profondamente grata alla sua vocazione, legatissima agli amici e alla famiglia che distrugge a ogni lettera. Insieme, incredibilmente acida e terribilmente affettuosa.
Ci sono espressioni geniali che vorrete portare sempre con voi (siamo in ballo in questo momento, gli operai sputano e bestemmiano in ogni stanza), descrizioni di episodi esilaranti e un mare di buffe sciocchezze annotate da Virginia e smentite dalle note: pubblicheremo presto il tuo saggio! Nota 4: la Hogart Press non pubblicò mai niente di Tizio. Come si fa a non amarla?
Che altro aggiungere, se non che mi ha tenuto compagnia come poche altre letture degli ultimi tempi?
Controindicazioni: potreste avvertire l'irresistibile desiderio di scrivere mail furiose e scellerate, colme di aggettivi fuori posto, agli amici lontani che vi prenderanno per scemi.

Ogni strada di Bloomsbury adesso mi sembra segnata dalle mie sofferenze, ma ero qualcosa di più che un po' matta. Ma non continuo, altrimenti finirei con lo scriverti davvero una lettera intima e ti piacerei meno, molto meno, ancora meno di adesso.

domenica 10 dicembre 2017

Tu non avevi tempo, io non ci stavo dentro: Gazzelle LIVE

Venerdì sera di Immacolata Concezione, Gazzelle live al Crazy Bull di Genova con un seguito di amici tutt’altro che entusiasti della serata. Sembra però che uscire sia una consuetudine a cui non è possibile negarsi nemmeno in questo caso: dinamiche a me misteriose come l’alfabeto cuneiforme. A ogni modo, sono grata alla schiavitù dell’uscita serale che mi ha fornito accompagnatori automuniti e cordiali per l’occasione.
Hanno aperto la serata Le Astronavi, giovani rappresentanti della scena trap che non mi hanno particolarmente interessata. Flavio Pardini and band si sono fatti attendere, esasperando la folla di squinzie eccitate sotto palco. Me l’ero immaginato più alto e molto, molto più attraente, ma ho capito nel giro di qualche canzone che la carica sensuale di cui dispone naturalmente fa cedere le ginocchia al primo sorriso. Allo stesso modo la pensava la componente femminile del pubblico, precipuamente post- adolescente e a filo di orgasmo a ogni parola del cantante. Consapevole di generare reazioni di isteria erotica, il leader di Gazzelle ci ha giocato per tutto il concerto: accendendosi la sigaretta due volte per accontentare più di una fan generosa, prestando il gin lemon alle ragazze della prima fila, rispondendo a domande maliziose su incontri galanti. Sul suo candido Belin sono partiti gemiti caldissimi. La scena più bella è quella che ha visto protagoniste due diciottenni fresche di acquisto di mutande da lanciare sul palco: nonostante gli accorati richiami, Flavio non se n’è accorto e loro, oltremodo irritate, hanno commentato: “Se non fosse un cantante, non se lo cagherebbe nessuno”. Tuttavia, aggiungo io, è romano e per tante come me l’accento è già una mezza conquista. Peccato che l’infelice battuta “Il Moscow Mule fa schifo, è da femmine” abbia decisamente raffreddato i miei bollenti spiriti, oltre ai commenti su Diletta Leotta che ha descritto come attraente e deficiente. Ovazioni dalla folla sessista.


Nonostante lo scheletro elettronico dell’album, il gruppo suona con basso, batteria, chitarra, talento e virtuosismo tecnico. Prevedibilmente, hanno suonato tutte le canzoni dell’album, considerato che è anche l’unico per il momento, oltre a una cover a sorpresa di La musica non c’è che ha scaldato ulteriormente gli animi. I pezzi erano drammaticamente identici a quelli su disco e, sebbene molti gradiscano ascoltarli dal vivo in una veste insolita, la fanatica delle strofe ripetute a memoria non poteva chiedere di meglio. Su Zucchero filato è partito il pogo che non ti aspetti e che mi ha fatto tornare quindicenne: adorabile. Meglio così, traccia uscita da pochi giorni, è stata suonata in versione acustica ed era ancora più bella.
Comprendo lo scetticismo degli amici cresciuti con Dente, Afterhours, Zen Circus e Brunori Sas, artisti al cui repertorio non manca sensibilità politica e sociale e una dimensione intima espressa attraverso sentimenti maturi, profondi, delicati. Amici che assistono all’esplosione di una nuova scena di giovanissimi più pop (nel senso letterario del termine) e più scaltri a guadagnarsi i favori dei coetanei nel giro di qualche mese; la linea che distingue la prima fase musicale dalla seconda è nettamente marcata. Tuttavia, credo che i testi di un gruppo come Gazzelle abbiano una lettura superficiale che parla di persone rimpiante, follie giovanili, storie finite e serate alcoliche in cui tutti possiamo riconoscerci (e di cui constatiamo anche i limiti), un’altra più intima in cui l’autore parla del suo vissuto con versi ermetici a cui servirebbe una personalissima parafrasi. Della serie: parlo dei fatti miei che però non voglio spiegare (Dente dixit).


Questo aspetto mi piace molto. L’inganno a mio parere, per un pubblico sciocchino e romantico tipico di un’epoca di relazioni fatue e fallimentari, è quello di prendersi delle crash pericolose per chi sa esprimere la stessa frustrazione in musica, cantanti trasgressivi ma malinconici che hanno lasciato il cuore e tutto il resto ai piedi di qualche stronza partita per Medellín. E’ facile immaginare tutto quello che abbiamo bisogno di trovare in questi personaggi, ma ho imparato a mie spese che la sensibilità artistica difficilmente coincide con quella umana.
Dopo Non sei tu, il gruppo è rientrato per suonare il bis di Nero e ci ha mandati tutti a casa, mentre ragazzini tenerelli mandavano vocali per fare colpo sull’amichetta. Tiepidine le reazioni degli amici rimasti molto, molto indietro rispetto alla folla, travolgente il fiume di parole che li ha investiti al mio ritorno dalle prime file, che è anche l’unico modo in cui godo appieno del concerto: stare davanti, completamente sola, in balia degli umori dei fans. Sono due giorni che canticchio Sono stufo di andare a ballare nel solito posto di merda, con buona pace del fidanzato schifato (con somma gioia): ancora una volta, una passione destinata a consumarsi in solitaria.

sabato 2 dicembre 2017

Cambialò: il potere terapeutico del riordino

Da qualche anno il minimalismo giapponese e l'influenza del liberarsi degli oggetti sulla nostra psiche è oggetto di numerosi saggi. Sto leggendo Fai spazio nella tua vita di Fumio Sasaki e ho in programma di farmi prestare Il magico potere del riordino di Marie Kondo. Tuttavia, per qualche misterioso istinto animale, fin da adolscente fare ordine e selezione nelle mie cose è sempre stato decisivo per ritrovare un equilibrio in momenti stressanti o emotivamente pesanti: mi liberavo di vecchi quaderni, qualche vestito che non mettevo più e tornavo a respirare a fondo, sentendo di aver lasciato a terra una zavorra inutile e opprimente. Ecco perchè sono contenta di condividere il mio approccio alla ricerca dell'essenziale con chi potrebbe averne bisogno: è frutto della mia personalissima esperienza ed ecco perchè gli ho trovato un nome altrettanto personale!
Ho deciso di dedicare questo post al riordino del guardaroba, ma sono convinta che il sistema funzioni con qualsiasi categoria di oggetto, opportunamente adattato..


Il momento ideale per cominciare
Senza dubbio il cambio di stagione, perchè so cosa ho indossato e cosa ho lasciato nell'armadio nel periodo appena trascorso. Ma funziona molto bene anche quando sento di essere pronti a cambiare, a cambiare pagina, a lasciarmi alle spalle un periodo difficile. Quindi tiro fuori gli scatoloni da parcheggiare nell'armadio a soppalco e vi sistemo i vestiti dopo averli sottoposti a un'accurata selezione..

Dividere in categorie
Mi aiuta a scegliere più velocemente una destinazione d'uso: a sinistra del letto quello che decido di tenere, al centro quello che ha bisogno di una ripassata dal sarto o di una tinta, a destra quello che non terrò più.

Aiutarsi con alcune domande

1 L'ho messo abbastanza?
E' quella fondamentale: se ho indossato qualcosa meno di tre volte in tutta la stagione, a meno che non sia un capo davvero eccentrico o particolare, significa che difficilmente lo metterò ancora ed è ora di darlo via.

2 Mi dà gioia?
Non ho ancora letto il saggio della Kondo, ma l'ho conosciuto grazie alle nuove puntate di Gilmore girls, dove Emily faceva razzia dei suoi oggetti chiedendosi se le davano gioia e realizzando che accumulare e spendere migliaia di dollari non l'aveva granchè aiutata a sentirsi più felice. E' un concetto che mi è piaciuto molto e ho fatto mio, grazie a cui ho capito che non ha senso rimanere attaccata a qualcosa che non mi restituisce bei ricordi o sensazioni positive. Se qualcosa non mi fa battere il cuore (a meno che non sia davvero utile), me ne libero.



3 Mi sta bene?
Il concetto del Lo tengo per quando mi entrerà frega un sacco di gente, me compresa qualche volta. Ultimamente mi sono accorta di come sia frustrante vedere appesi un paio di jeans taglia 38 che mi andavano a 22 anni e parcheggiati in attesa di perdere due taglie: ho 10 anni di più, non ho più il corpo di una tardo-adolescente ma quello di una donna adulta e il realizzarsi di quel desiderio mi impedisce di godermi il qui e ora: le mie forme per quello che sono, i pantaloni che metto con piacere, le conquiste della maturità che ho faticosamente guadagnato. Perchè disprezzare me stessa per aver mancato l'obbiettivo di pesare cinquanta chili e rimproverarmi ogni volta che apro l'armadio, quando posso godermi quello che sono diventata mentre mangio biscotti al cioccolato? Via i vestiti che ci fanno sembrare cotechini sull'orlo dell'esplosione o con cui non ci sentiamo a nostro agio! Non ci aiutano ad essere determinate, ci ricordano solo quanto siamo fallite.

4 Si accorda con il mio stile?
Ricevo molti vestiti usati in regalo e li metto quasi tutti volentieri; spesso ho voglia di indossarli anche se non esprimono esattamente il mio stile, perchè sono molto belli. Non so come funzioni per le persone dotate di maggior passione e gusto per la moda, ma trovo difficile abbinare qualcosa se non c'entra niente con quello che ho nell'armadio e, soprattutto, dal momento che ho voglia di fare cose più interessanti che spendere pomeriggi a cambiarmi, non ne me frega niente. Un bustino blu supersexy può essere terribilmente affascinante, ma se indosso sempre capi comodi e sportivi, gli concedo un tempo limite alla fine del quale lo faccio fuori. Stesso discorso vale anche per chi conserva con cura capi di dieci anni prima, innegabilmente forieri di piacevoli ricordi ma anche totalmente fuori moda. Magari torneranno di moda, ma chi ha lo spazio per assecondare i capricci delle tendenze in arrivo?

Farsi aiutare da un amico
Qualcuno che non ha legami affettivi con quegli oggetti e può consigliare con la razionalità che occorre, un po' come succede nelle relazioni. Io adoro partecipare alla selezioni di amici e parenti, che non sanno se rallegrarsi per il contributo o allarmarsi per il fanatismo sul tema. Senza contare che diventa molto più divertente.

Destinare quello che si elimina
Nel saggio di Sasaki si parla in continuazione di buttare via e io trovo sia un messaggio totalmente sbagliato, specie di questi tempi. Si può dare una nuova vita agli oggetti in così tanti modi che è stupido produrre tanta spazzatura solo per pigrizia o per incapacità di trovare soluzioni. Eccone alcune:
-Mercatini dell'usato (adorabile invenzione che sta esplodendo negli ultimi anni, permette anche di guadagnare qualcosa).
- Caritas (o associazioni analoghe che raccolgono vestiti smessi ma in buono stato. Vorrei insistere sul concetto di buono stato perchè ho visto gente destinare abbigliamento sporco e distrutto senza alcun rispetto per chi la riceve. Può capitare di trovarsi i capi gentilmente donati sui banchi del mercato e scandalizzarsi: la Caritas ha spiegato che si riserva di fare una selezione dei capi migliori per la vendita e utilizzare gli utili per altre forme di sostegno sociale).
-Gruppi di quartiere: nati spontaneamente su Facebook e consolidatisi velocemente come solide realtà , permettono di vendere, comprare e regalare tra persone della stessa zona o della stessa città a prezzi ragionevoli. Non so come avrei fatto a sbarazzarmi di tanta roba in tempo zero, per fortuna esiste sempre gente disposta a possedere qualsiasi idiozia. E' anche l'occasione per fare simpatici incontri.
-Desbarassu: ne avevo già parlato qualche anno fa a proposito di solo Dio sa cosa. Con alcune amiche lo abbiamo inventato qualche anno fa e ogni stagione portiamo avanti la tradizione per liberarci delle nostre cose tramite un'asta piena di colpi di scena, dove l'abilità sta nel vendere con scaltrezza il proprio oggetto.


Liberarsi dei regali
Volersi liberare dei regali fa sentire tutti piuttosto colpevoli. Io dico: una volta che ho tenuto un periodo ragionevole l'oggetto ricevuto, ha esaurito la sua missione e può rendere felice qualcun'altro. Non dobbiamo essere puniti perchè non siamo in grado di apprezzare qualcosa che, per motivi diversi, non è fatto per noi e non ci aiuta in nessun modo. Le persone che intendono fare un dono dovrebbero mettere in conto che, a dispetto dei loro sforzi, può non piacere e convivere serenamente con questa realtà. Perchè tenere qualcosa che genera emozioni spiacevoli ogni volta che lo guardiamo e ce ne ricordiamo (senso di colpa, fastidio, fallimento, rabbia, etc)? I sensi di colpa non ci aiutano a essere riconoscenti verso le persone generose nei nostri confronti. Liberiamocene.

Assaporare il potere terapeutico
Tutte le volte in cui ne ho sentito il bisogno, ho aperto armadi, rovesciato librerie, svuotato cassetti, sezionato cartelle del computer. Eliminando quello che non ritenevo più importante, ho lasciato andare emozioni che non mi permettevano di sentirmi leggera, ragionare con facilità e relazionarmi agli altri con serenità. Ogni volta che finisco di distribuire oggetti e chiudo la pattumiera, mi sfugge un sospiro profondo e spontaneo: ricomincio a muovermi in uno spazio più libero, in un'emotività meno zavorrata da sentimenti inutili. Per non parlare di quanto rinunciare a rapporti malsani e rubatempo liberi energie che non pensavo di avere. Gli oggetti e le persone che non ci portano gioia ci impediscono di vivere una vita più semplice, cominciamo ora!

S.
p.s: una playlist per dimenarvi mentre fate spazio nella vostra vita?
Get up and dance!

giovedì 30 novembre 2017

One shot review: diario partigiano

Anno: 1956
Paese: Italia
Autore: Ada Gobetti
Genere: storico, biografico
Pagine: 442
Sinossi: la resistenza italiana dalla nascita del settembre '43 al trionfo dell'aprile '45, vissuta e narrata in prima persona dalla vedova di un'antifascista e madre di un giovane partigiano, che assieme a lui partecipa alla lotta.

Antifascismo e un personaggio femminile forte, questo libro mi è diventato subito caro. Scritto in un linguaggio molto semplice (tempestato di note buffe che spiegano termini di uso comune), potrebbe metterci qualcosa a buttare i lettori in prima linea, ma una volta conquistato il loro interesse è difficile rinunciare. Ho seguito con il fiato sospeso le avventure di Ada e degli amici partigiani, i rischi incredibili che correvano, le imprese in montagna e le speranze di mettere le basi per un paese migliore. Il coraggio dell’autrice è notevole, quasi commovente, come il suo altruismo; tuttavia, è soprattutto l’ottimismo, lo spirito allegro e battagliero dei personaggi di queste pagine a sorprendere. Conducevano vite difficili organizzando l’impossibile con pochi mezzi, eppure vivevano con forza e (più o meno consapevole) incoscienza, affrontando le perdite dei compagni con serenità, fiduciosi nell’avvenire che stavano costruendo. Mi ha profondamente emozionata: Ada Gobetti si è conquistata un posto tra i miei modelli di riferimento.

Non c'era in questi pensieri nessun sorriso d'umana consolazione: eran come l'arido scoglio inospitale a cui il naufrago disperatamente s'aggrappa benché le asperità lo feriscano e non consentan riposo. Non volevo, non potevo naufragare; e riuscii, pur nell'angoscia, a ricondurmi a un certo doloroso equilibrio.